Breve introduzione alla traduzione

Note sulle traduzioni

Come si fa a tradurre la poesia?

Non mi permetto una risposta metodologica, dirò soltanto perché mi sono messo a tradurre poesie.

Ho tradotto poesie perché scrivo poesie.

Credo che un confronto diretto, forte, essenziale con un autore sia molto più incisivo quando si ha il coraggio di confrontarcisi senza alcuna mediazione. Non è come leggere una poesia in testo originale, è molto di più. Conoscere un autore dall’originale è, in fondo, ancora poco. Bisogna fare lo sforzo di renderlo nella nostra lingua. Se questo sforzo si compie, ci accorgiamo facilmente che anche la lettura più attenta possibile dall’originale è ben poco. Ma non solo perché ad una traduzione si dedica molto più tempo che ad una lettura. Il fatto è che nella traduzione si instaura un rapporto diverso, di confidenza, di amicizia. E ti accorgi anche che ogni traduttore dice la sua, come un direttore d’orchestra nei confronti di una partitura.

Toscanini invidiava il mondo della letteratura, in questo senso: diceva: il direttore d’orchestra deve eseguire, interpretare, come è possibile inserirsi in questa realtà? Come sobbarcarsi un tale terribile compito? Invece un testo – basta leggerlo in lingua! Non hai da effettuare alcun lavoro di mediazione. La lettura si fa da sé, la musica non la puoi leggere da uno spartito, la devi sentire con le orecchie, e il mezzo è il direttore con la sua orchestra.

Toscanini aveva tutte le ragioni del mondo, e probabilmente è più facile tradurre una poesia che trasportare da uno spartito a un orchestra un brano di musica. Ma è anche vero che gli ambiti di variabilità sono comunque amplissimi, e anche il più perfetto conoscitore di una lingua (ed io non mi metto certo tra questi) ha centomila possibilità diverse di rendere le sfumature, il colore, il senso del testo originale.

Non ho voluto dare ragione a Toscanini, e nemmeno alla battuta crociana e maschilista che la traduzione è come una donna: se è bella non è fedele e viceversa. I paradossi sono divertenti, ma il lavoro di traduzione è un’impresa degna di grande maturità. Forse, a quarantasei anni si può avere il coraggio di affrontarla, con altrettanta umiltà.

I testi dal francese: come si fa a tradurre degnamente, anche da una lingua neolatina, versi con una tale sonorità? Un Verlaine, musicale al sommo grado, o un Rimbaud, con i suoi versi che in italiano si renderebbero o in piatti settenari metastasiani o in terrificanti schematici martelliani?

E’ chiaro che ogni operazione che si permettesse queste equiparazioni meccaniche porterebbe a un disastro. Un verso metricamente degno in francese non lo è altrettanto in italiano. Un lettore di lingua italiana ha riferimenti storici diversi da quelli che Rimbaud e Verlaine e tutt’altri sono gli agganci che deve fare un traduttore per rendere in ritmo quel che intendevano i poeti francesi.  Ecco perché l’endecasillabo, nelle sue diverse cesure e in tutte le sue varianti novecentesche, è sembrato lo strumento principe da utilizzare.

A questo problema -che per mantenere la fedeltà di un ritmo si deve sconvolgere la metrica del verso- se ne aggiunge un altro. Ed è un problema tutto personale.

Lasciamo perdere l’aderenza al testo, cioè al senso, alle parole. Lasciamo pure perdere, ogni volta che sia possibile, l’aderenza alla rima se questa diventa troppo “legante” per il traduttore. Io mi sono posto un altro tipo di problema, che ho voluto risolvere in modo del tutto arbitrario.

Dico subito come.

L’esperienza delle traduzione, come ho detto subito, è una esperienza di un determinato cammino di un artista. Da poeta ho voluto cimentarmi con la traduzione, e certamente in questo cammino l’apprendimento è stato intenso e a tappe forzate. Ma si tratta sempre del cammino di un artista. All’infedeltà del testo (mai al senso ma al tipo di verso, al ritmo del verso, alla rima etc. etc..) si aggiunge un’altra, più ambigua infedeltà: quella voluta da me quale traduttore, cioè quella legata ad una mia necessità. E in queste necessità (della quale non voglio tediare i lettori) ci rientra tutta una mia logica, un mio stile, un mio modo di vedere le cose.

DI conseguenza, sempre con molta umiltà, si è trattato di un “incontro” tra i grandi del passato, lontanissimo o recente, e me. In questo incontro, del tutto dispari, mi sono preso l’ardire, spesso, di intervenire con il mio stile di letterato del 2000.

Si tratta, sia chiaro, di una falsificazione per certi versi, falsificazione voluta e dichiarata, ma, perciò, innocua. Sono intervenuto deliberatamente con il mio stile quando mi sembrava che potesse, per me, rendere meglio un concetto, un’immagine. In particolare (lo specifico adesso per non dare l’impressione di essermi preso troppe libertà) ho insistito nella mia tradizionale paratassi, specie laddove la grande quantità di immagini create dall’artista me ne permettesse un uso aderente alla visionarietà dell’autore. Meglio che con Rimbaud non potevo, quindi, per la letteratura francese, cominciare.

Per Verlaine il discorso è solo parzialmente diverso. L’accurata selezione dei testi mi ha immedesimato ancor più all’interno del mio personale mondo poetico. L’arbitrarietà della traduzione si somma quindi all’arbitrarietà della selezione. Sia chiaro, non ho mica avuto l’incarico di rappresentare statisticamente in un’antologia Verlaine! La conseguenza, però, è stata, ancor più che per Rimbaud, che la distinzione tra l’autore e il traduttore si è ulteriormente ridotta. Quanto dice Verlaine e quanto Ragni? I due contesti, indiscutibilmente, si fondono.

Apposta per meglio bilanciare le varie componenti emotive che mi hanno spinto a tradurre, e proprio per equilibrare le eventuali troppe libertà assuntemi, ho ritenuto di cambiare completamente registro con la lingua inglese.

Niente di serio, senza dubbio, ma esattamente il contrario: il massimo divertimento (e rompicapo) dei traduttori; il Jabberwocky, stralunatissimo esempio di pastiche linguistico creato da Carroll e il suo pendant di storie di nomi di gatti creato da Eliot. Giochi intelligenti, arguti, dove si può lasciare libero sfogo alla fantasia e dove il coinvolgimento intellettuale ed emotivo lascia il posto all’aspetto ludico.

Non è un differenza di poco conto, si sviluppano, del resto, tutt’altre facoltà, capacità. Tradurre questi testi è un’esperienza diversissima rispetto a quella dei testi in francese. Innanzitutto, come detto, qui conta il gioco linguistico, il rompicapo, lo scherzo, l’invenzione. Non si può non inventare. E poi l’inglese ha una struttura diversissima, in sei-sette sillabe mette quel che in italiano ne occorrono dieci-dodici.

I versi impiegati sono stati per i gatti di Eliot i più diversi: un verso lungo, ma con ritmo robusto e rigido per una poesia; versi pari per le filastrocche; endecasillabi laddove la poesia era più ariosa – grande varietà di ritmi, e perfino abbondanza di rime: per le canzoncine e le cantilene si è dimostrato un elemento vincente.

Ma ancor più diversa l’esperienza dei lirici greci. Qui non c’è paratassi che tenga: il rispetto per l’antica lingua viene più di ogni mia personale formattazione del testo. La scrittura poetica originale, con le sue ariose divagazioni e infinità di ritmi e costruzioni sintattiche, meritava una ricchezza di traduzione che non era possibile conservare all’interno della mia rigida formattazione paratattica. L’eleganza massima poteva essere in qualche modo meglio mantenuta -pur all’interno di una logica frammentaria-  con un ampio ricorso ad endecasillabi alternati a settenari. Del resto, la scelta dei testi ha privilegiato argomenti amorosi e testi simposiali. Le scelte fatte hanno enfatizzato un verso piuttosto vicino a quello della nostra grande tradizione classica ottocentesca, opportunamente rielaborata e rivissuta alla luce dei due secoli di distanza.

E’ quasi superfluo dire che non ho ritenuto opportuno effettuare tentativi per rapportare la metrica quantitativa dei greci alla nostra; non mi sono cimentato in tentativi barbari. Probabilmente è stato un limite, ma, del resto, delle scelte si devono pur fare e muovermi all’interno di una logica romantica, o ermetica, mi pareva più consono alle mie personali necessità oltre che a quelle dettate da una precisa situazione storica. Inoltre, una metrica barbara mi avrebbe appoggiato su un verso lungo che sto da altre parti ampiamente approfondendo (sempre partendo da logiche classiche e in particolare dall’endecasillabo) e che forse mi avrebbe slittato su un rapporto poesia/prosa che non volevo assolutamente affrontare. Quindi né prosa d’arte né poesia scivolante sulla prosa. Se lirica greca doveva essere, lirica doveva rimanere. Dovevo tenere lontano altri obiettivi.

Mai, quindi, come nella lirica greca, il confronto con i massimi traduttori, anche italiani, è stato fondante. Del resto, è semplicemente meraviglioso porsi in quella linea unitaria che congiunge, ad esempio, Foscolo a Quasimodo. Confrontarsi con loro è un’esperienza che non può essere mai trascurata e una fonte inesauribile di conoscenza, approfondimento, sensibilità. Come diceva il già citato Eliot della mia traduzione “gattesca”, bisogna sempre porci in confronto con tutte le poesie che sono state scritte prima. Aggiungo: con tutti gli stili di traduzione praticati prima.

Ancora diverso il discorso sui testi latini.

Il mio interesse era quello di confrontarmi con una lingua ben nota ma che presupponesse un ulteriore salto e una chiara discontinuità rispetto agli altri testi tradotti. Così, la scelta, secondo me, non era bene che ricadesse su autori assimilabili a quelli greci, pur se le traduzioni fossero certamente più agevoli. Così la lirica latina ho ritenuto di escluderla, volgendomi in una direzione che maggiormente marcasse la fatica e la novità rispetto al resto. Così, alla fine di lunghi studi e ragionamenti, ho preferito prendere un autore così importante e un’opera così famosa su cui, apparentemente, non si può più dire assolutamente niente. Virgilio e l’Eneide.

Perché?

Perché innanzitutto sapevo, dalla sfida col massimo poeta epico del mondo romano, sapevo per certo di rimanere sconfitto, e quindi psicologicamente mi trovavo nella condizione migliore per affrontarlo, sapendo che qualunque cosa avessi fatto, sarebbe stato, paradossalmente, un di più rispetto alle mie aspettative. Secondariamente, da un punto di vista artistico, l’Eneide mi si prestava bene per la curiosità di provare a verificare con un endecasillabo allungato l’esametro virgiliano.

Escluse in via di principio le versificazioni barbare e sperimentata l’impossibilità di un endecasillabo tradizionale, per motivi di lunghezza dell’italiano (un po’ come già visto per l’inglese) il gioco poteva avere un qualche successo solamente se ricostruito nell’unico tipo di verso nel quale da qualche mese mi sto riconoscendo: un verso di evidente riferimento classico, di devoto omaggio alla tradizione, ma nel contempo un verso arioso, un verso lungo, un verso parlato, un verso non schematico, un verso vicino alla prosa, un verso modulato, un verso ritmico ma vario e tante altre cose.

Ovviamente, l’ispirazione che muoveva Virgilio nel suo esametro non può essere la mia con il mio endecasillabo postillato. La gravità della mia falsificazione è evidente. E direi non è nemmeno rimediabile. Del resto, ritengo che la metrica latina, con le sue diverse quantità delle sillabe e con la sua accentazione poetica ritmica particolare, non sia di fatto in alcun modo traducibile in italiano. Probabilmente, solo dando per scontato questa impossibilità avrei potuto addivenire ad un compromesso che garantisse, secondo regole italiane odierne, la fedele scrupolosa attinenza a un testo di duemila anni fa. Oggi nessuno scrive più esametri e non usa la composizione di poemi epici. Usare un tono elevato e metricamente ineccepibile sarebbe oggi visto in modo distorto: si deve nel tradurre mantenere la diversità dalla lingua parlata odierna e una certa distanza dalla aulicità di un poema antico. E’ un equilibrio che, comunque si rigiri, è incerto e arbitrario. Ma l’esametro era naturale a Virgilio, ed oggi qualunque analogia che vi si volesse avvicinare davvero da presso risulterebbe innaturale. Quindi ho preferito un verso che suonasse bene ai nostri orecchi, con una quantità infinita di variazioni ma all’interno di un solo concetto: partire dall’endecasillabo (nella sua versione più ampia del novecento, con ampio margine per le cesure e libertà di accenti) per prolunga il verso.

Un problema grosso è stato come prolungare questo verso. Ho lasciato grande libertà a queste poche sillabe finali, ma spesso ho cercato di far sentire anche più di un endecasillabo; ho talora reso cioè il verso palindromo, rendendo riconoscibile, a scelta, anche un endecasillabo alla fine del verso; in casi eccezionali ho fatto versi lunghissimi di ben due endecasillabi accoppiati; talvolta ho agganciato fortemente la fine del verso precedente all’inizio del seguente per creare un altro endecasillabo, che ovviamente va a incrociarsi con l’endecasillabo di default all’inizio del verso. E altri accorgimenti del genere, avendo però sempre cura di legare fortemente l’un l’altro i versi ogni volta che fosse possibile. Il ritmo dovrebbe averne guadagnato proprio in termini di sovrapposizioni e modulazioni di endecasillabi di ogni genere.

Non ho ritenuto, infine, di mantenere l’accentazione latina al nostro verso. Sarebbe stato un impegno troppo limitante, un vincolo così rigido da rendere sì riconoscibilissima la metrica latina, ma brutta la versificazione italiana. Ho dato un saggio di un verso solo, celeberrimo, per far vedere cosa verrebbe in italiano: probabilmente la resa è buona, ma proprio perché all’interno di un verso. Non allarghiamoci troppo.

Ignoro, al momento in cui termino questa nota, se il risultato è stato consono alle aspettative. Probabilmente occorre intenderci su quali erano le mie aspettative e quali sarebbero quelle degli altri.

Lasciamo perdere le mie – è piuttosto secondario che io sia lieto di avere incrociato con così tanto entusiasmo questi grandissimi autori classici. Già questo è un valore. Sono invece curioso di capire se questo lavoro possiede i requisiti essenziali di ogni traduzione: la fedeltà, la bellezza, e -aggiungo- la contemporaneità. Perché, come dicevo all’inizio parlando dei francesi, i miei interventi si sono spesso rivolti proprio a questo, alla resa attuale, in un linguaggio attuale, nel mio linguaggio attuale, di testi scritti in altri tempi e in altre lingue. Non so se questa trasposizione spazio-temporale ha dato adito più ad arbìtri e a gratuite originalità personali invece che alla resa della semplice immacolata bellezza del testo originale.  Non so se e quanto si sente paoloragni invece dei simbolisti francesi o dei lirici greci. Spero solo che il primo sia stato di aiuto e di supporto per gli altri – ma non ne avevano bisogno.