Letteratura, industria e morte dell’arte
Ho letto spesso su ES, nonché su varie riviste letterarie
e non, proteste e lamentele contro lo stato di degrado della
letteratura, e in genere dell’arte. Viene attribuita
molta colpa alla televisione che avrebbe indebolito l’amore
per i libri. Da qualche parte si levano anche critiche al
mercato dell’editoria che soffocherebbe le voci più
meritevoli.
Con questo articolo non voglio esprimere (apparentemente)
alcuna posizione personale. Voglio solo dichiarare lo stato
dell’arte, cioè mere situazioni di fatto.
Protestare contro la televisione e contro l’editoria
delle grosse Case non ha senso alcuno. Arrabbiarsi perché
i peggiori libri hanno successo è ingenuo, sciocco
e infantile. Sono cose risapute. Bisogna spiegare perché.
Lo sviluppo capitalistico ha attraversato varie fasi: siamo
passati dall’economia di scala (grosse quantità
di prodotti uguali per un mercato potenzialmente illimitato)
alla produzione orientata al cliente (piccole quantità
di un’infinità di prodotti per un mercato estremamente
frammentato).
La sfida competitiva di un mercato saturo ha comportato non
soltanto nuovi modelli organizzativi interni (dalla catena
di montaggio alle isole di produzione) ma in specie un diverso
modo di rapportarsi al cliente.
Gli strumenti di cui il sistema liberale dispone al momento
attuale sono estremamente ramificati e studiati scientificamente.
DI solito è il marketing la disciplina generale che
si occupa di queste cose. In realtà, buona parte delle
metodologie di conquista di nuovi spazi di mercato viene attinta
attraverso conoscenze di fisica, matematica, ingegneria ed
informatica.
Non ho il tempo di spiegare cosa significa Sistema Qualità
e Qualità Totale. In due parole si può dire
che, in questa determinata fase dello sviluppo capitalistico,
il successo di un’azienda dipende dal suo rapportarsi
organicamente, come un individuo vivente, all’interno
di uno scenario ambientale competitivo: la qualità
degli obiettivi e la qualità dei processi determinano
la Qualità Totale. Giapponesi e Statunitensi sono all’avanguardia
in queste raffinatissime tecniche aziendali; per i servizi
la scuola scandinava è invece in posizioni di punta.
La conseguenza di queste premesse è che ogni prodotto
viene concepito sulla scorta dell’analisi dell’attuale
situazione di mercato, della storia passata e in specie elle
ipotesi per il futuro. Un libro, un mouse, un paio di occhiali,
una pappa liofilizzata vengono costruiti sulla base di studi
di mercato.
Gli studi di mercato, inizialmente, venivano previsti con
riferimento al prodotto ipotizzato, ai prodotti di riferimento,
alla concorrenza; in seguito, anche con riferimento agli stili
di vita, alle segmentazioni per classi, per età, sesso,
tenore di vita etc.. Adesso, più pesantemente, anche
con un focus specifico ai prodotti affini così identificati
da apposite tabelle merceologiche con specifici indici di
correlazione statistica..
Scomparsa pressoché del tutto ogni distinzione tra
prodotto-cosa e prodotto-servizio, diventa decisivo, per questa
civiltà, investigare con la massima concentrazione
possibile una grandissima quantità di dati per quel
tipo di esigenza, espressa o no, presente sul mercato.
La nuova frontiera di questa civiltà è globalizzare
su scala planetaria un sistema che viva e prolifichi mediante
la scoperta e la valorizzazione di esigenze dei clienti. La
soddisfazione del cliente è la massima conquista possibile:
le aziende si muovono come detective per intercettare una
possibile esigenza non monitorata e soddisfatta; tirarla fuori,
soddisfarla, farla diventare indispensabile, rendere deliziato
il cliente e nel contempo renderlo insoddisfatto e pronto
ad un’altra esigenza.
Nell’arte il fenomeno è massiccio ma siamo solo
agli inizi.
Esistono dei megatrends con criteri generali: questi megatrends
possono durare anche due o tre anni: sono scenari generali
di riferimento basati su sensazioni, archetipi, idee che si
giustificano da sole (paura, serenità, rigidità,
morbidezza, solarità, buio, entusiasmo, severità,
serietà etc). Tali scenari comportano, in questo determinato
periodo, una particolare attenzione alla rotondità
(rock sinfonico con archi e tastiere, romanzi lenti e sentimentali,
automobili tipo la 313 di Zio Paperino, occhiali stondati,
labbra e seni grossi di cover girls).
Ad un livello inferiore, esistono le onde di successo, di
durata media 6-9 mesi. Constano di varie decine di caratteri,
incorniciati nel quadro generale, con varie specifiche ad
ampio ventaglio, a seconda del segmento specifico di riferimento
dell’azienda. Quindi, l’azienda produttrice di
orologi si orienta, dentro i megatrends, a quella tipologia
di prodotti ) consona al proprio normale mercato e a quello
dei concorrenti) che possiede un mix di combinazioni ottimale.
Quindi, l’immagine che ne viene fuori deve essere costruita
con alcune decine di parametri ritenuti vincenti combinati
in un dosaggio che appaia quello più pieno secondo
il “paniere mentale” del consumatore.
La abilità maggiore delle imprese consiste nello studiare
il successo proprio e altrui (benchmarking), ma in specie
nel ricostruirlo e nel ricopiarlo su prodotti affini. E’
la proprio la consapevolezza che la tipologia mentale del
cliente di auto, orologi, profumi, film e libri è complessivamente
omogenea e determina scelte analoghe la chiave di volta per
la predeterminazione di un pacchetto complessivo di elementi
di successo per le prossime onde di gusto.
Ogni prodotto viene quindi costruito sulla base delle componenti
tipiche, per quel target specifico di mercato, che determinano
l’ottimale articolazione, per il prossimo futuro, di
prerequisiti di immagine percepiti dai clienti potenziali.
Questa meravigliosa disciplina è il cosiddetto marketing
di successo. L’impresa di successo migliore è
quella che, con estrapolazioni statistica estremamente raffinate,
identifica, tra settori affini, nel proprio target di mercato,
quelle onde di successo la cui evidenziazione viene enfatizzata
per far catturare tutto il prodotto al cliente. Incidentalmente,
è del tutto indifferente che il prodotto possieda o
no quelle caratteristiche. Il prodotto viene preconfezionato
nella sua struttura portante con un congruo anticipo; viene
aggiornato sulle base delle statistiche; viene pubblicizzato
prima dell’immissione sul mercato; viene testato a livello
di pre-richiesta presso i principali punti di contatto (distributori);
viene rimodificato e rimodulato; infine viene realmente immesso
sul mercato con ulteriori differenziate azioni promozionali
e pubblicitarie.
Il prodotto può quindi essere anche molto diverso da
come originariamente configurato e confezionato, ed anche
da come viene commercializzato; in presenza di mutamenti considerevoli
del gusto e di tempi lunghi di elaborazione del prodotto,
le aziende rischiano facilmente l’obsolescenza; non
possono però buttare a mare tutto il lavoro fatto,
e quindi presentano secondo le vigenti onde di successo un
prodotto che magari non ne possiede più i requisiti
perché precocemente invecchiato; di solito però
la clientela non se ne accorge affatto perché la qualità
che le viene presentata è identica a quella che le
è già stata fatta percepire in rapporto alle
sue attese, e quindi bada ben poco alle specifiche reali del
prodotto.
A questo punto, si possono tirare le conclusioni.
Chiedere ad una casa editrice di pubblicare un testo sconosciuto
è grosso modo equivalente a chiedere ad una pentola,
un pizzico di sale, un fiammifero ed una confezione di pasta
di correre ai fornelli e cuocersi una pastasciutta.
L’ascolto che effettua una casa editrice non è
verso i testi (che ovviamente non possono provenire da addetti
a metodologie statistiche) né verso letterati del tutto
privi degli strumenti del mestiere: il mestiere lo possiede
il tecnico di discipline aziendali. L’artista che invia
i suoi testi ed ottiene il successo è simile a chi
fa 13 al totocalcio con una doppia colonna: ha la fortuna
che tra qualche milione di combinazioni possibili azzecca
proprio quella giusta. Mettendosi nei panni dell’azienda,
non ha davvero senso affidarsi al caso e a persone incompetenti
quali gli artisti, quando si deve invece mettersi al lavoro
seriamente e verificare tutti i passaggi dei reggiseni o degli
occhiali per dedurne matematicamente numero e carattere dei
personaggi del prossimo romanzo di successo.
Analogamente, prendersela con tv che appiattisce il livello
culturale significa non avere compreso il punto principale:
la tv non vende prodotti, vende noi stessi (pubblico televisivo,
cioè clienti potenziali) alle case distributrici di
pubblicità. Le tv vendono segmenti di consumatori estremamente
stratificati alle società di pubblicità che
li rivendono alle società produttrici. Il prodotto
venduto, due volte, siamo noi, come oggetto di scambio per
le prossime campagne di vendita (così ci vendiamo tre
volte).
Ad esempio, le cosiddette verità dei programmi televisivi
scientifici dove si dibattono argomenti molto interessanti
sono costruite, mediante dati automatizzati, nella stessa
maniera: se si conosce, ad esempio, che dalle 23 alle 23.30
la tv è vista prevalentemente, ad esempio, da genitori
stanchi, di buon livello culturale e preoccupati per il futuro
dei propri bambini, la verità sarà, per quel
sotto-sotto-sottosegmento, una polemica contro i vaccini a
favore della cosiddetta libertà di scelta. La premessa
atroce è, incidentalmente, che le case farmaceutiche
fanno più quattrini in Europa a curare tutti i mali
per i vaccini non fatti che per quelli fatti. In specie viene
meglio fidelizzato il cliente, perché il vaccino, una
volta fatto, non lo rifai più per cinque o dieci anni,
mentre se si ammala di epatite virale lo curi per tutta la
vita. Inoltre, il costo di conquista di un nuovo cliente libero
è circa 7 volte superiore al costo di mantenimento
di un vecchio cliente, e conquistare un cliente appartenente
alla concorrenza è ancor più dispendioso.
Così pure, tutte le cosiddette svolte epocali, anche
di carattere morale, nascono da questa fase dello sviluppo
capitalistico che non tollera più monopoli (eccetto
il proprio, di sistema totale) ma pretende infiniti bisogni
differenziati per espandersi. Senza alcuna provocazione:
- l’ampia omosessualità odierna è automatico
frutto di questa fase del liberalismo, è un terzo
mercato rispetto ai due tradizionali (è 1 in più!
Con mille bisogni da soddisfare!);
- le mille sette, new age e non, spezzano il monopolio in
Italia della Chiesa Cattolica e creano un business in continua
espansione; incidentalmente, la musica new age è
la più costruita strutturalmente mediante sistemi
collagistici del tutto analoghi all’articolato paniere
mentale del consumatore;
- i capelli blu o viola o verdi creano un mercato aggiuntivo
che altrimenti rimarrebbe limitato ai mori, ai castani,
ai biondi e caso mai ai rossicci, che sono anche pochi in
Italia. Gli orecchini si mettono agli orecchi e basta: col
piercing si possono infilare anelli dappertutto. Sono spazi
enormi di mercato!
Nulla, secondo la logica capitalistica, ha valore. La storia
può essere scritta, riscritta, scomposta e reinventata
mille volte a seconda delle esigenze scovate nel consumatore.
La principessa Sissi era isterica e collerica, e in cartoons
è diventata quel che è diventata; decenni fa,
sempre per la Walt Disney, il mio conterraneo Pinocchio diventò
tirolese.
In definitiva, se la qualità scovata è degradata,
l’impresa più attenta e proattiva sarà
quella che costruirà un prodotto più degradato
ancora: ad esempio, certe specifiche perversioni di film (incesti
omosessuali tra fratelli maschi) vengono fabbricate proprio
sulla base di un marketing mix attentamente studiato su una
nicchia di mercato inesplorata: essa certamente tirerà
fuori dall’animo umano qualche altra “qualità”
analoga ma nuova. E così avanti sulla qualità
totale e il marketing di successo. A rovescio, se la qualità
sognata dal cliente è la pace e la serenità
dopo un periodo burrascoso (guerre, licenziamenti, sfratti)
spunteranno fuori storielle edulcorate e caste in linea con
analoghe tendenze emerse dai settori affini. Preciso che la
produzione di libri, auto e profumi è diretta dalle
stesse grandi categorie mentali e dagli stessi strateghi della
comunicazione che passano indifferentemente dalle sfilate
di moda alle mostre di quadri alla co-stesura, a firma di
autori di massimo profilo, di best sellers in una settimana
– dieci giorni di lavoro.
Il sistema capitalistico non ha morale, ne produce mille sue,
assolutamente equivalenti. Non ha valori, ne produce mille
suoi, assolutamente equivalenti. Non inventa miti, storie
e leggende, ne ricopia pezzi assemblati.
Il mondo di 1984 è già venuto, e consiste nella
riscrittura sistematica di millenni di storia umana, nella
cancellazione della memoria, nella fabbricazione di nuovi
bisogni, sublimi o vergognosi, da soddisfare e insoddisfare
in continuazione.
Probabilmente il sistema capitalistico è soltanto
agli inizi. Sono avvenute diverse risoluzioni industriali
ma anche le voci che apparentemente si sono levate in passato
contro il sistema economico liberale in realtà non
hanno rappresentato altro che crisi di crescita dello stesso
sistema, cioè il bisogno di nuove classi di sedersi
anche loro al grande banchetto dei consumatori. Per fermare
questa inarrestabile corsa verso l’abisso (non solo
la morte dell’arte ma in genere di tutta l’umanità)
le vie che appaiono sono incerte e nebulose.
Le grandi religioni stanno fallendo ai loro destini; solo
l’Islam dimostra di essere alternativo al sistema capitalistico,
ma a prezzi inaccettabili. Le altre grandi religioni monoteistiche
non danno l’impressione di capire i termini del problema,
anche se il Papa non perde occasione per ribadire lo stop
al liberalismo selvaggio e l’azzeramento dei debiti
dei paesi poveri . Le altre “religioni” sono riserva
di caccia di ambiziosi businessmen che creano religioni come
i Buddha sopra i comodini.
Altre forze anticapitalistiche sono fallite: caduto il comunismo
per motivi intrinseci e per il disinteresse verso le cose
spirituali, non emerge alcuna forza in grado di contrastare
questa rincorsa al precipizio.
Le risposte personali sono le uniche possibili, cominciare
dal di dentro a cambiare sé stessi ed a rifiutare sempre
di più questa logica che ci vede solo quali ottusi
e grassi consumatori. La speranza, parlando a livello planetario,
sta solo nei paesi poveri. Quando lo sfruttamento dell’umanità
da parte di un occidente ricco e materialista avrà
toccato il fondo, può darsi che trovi libero sfogo
la rabbia dei poveri. Difficilmente la morte delle nostre
coscienze potrà essere risvegliata da noi stessi. Probabilmente,
soltanto lo sfruttamento insensato e vorticoso di tutte le
risorse del pianeta porterà l’umanità
ad un tale livello di coscienza o di disperazione in grado
di invertire questo processo.
Ad un livello più alla nostra portata, credo che una
rivista cara e affettuosa come ES possa e debba dare coraggio
a quelle poche voci che gridano nel deserto.
Come? Almeno in due modi:
1) con un grande amore ai classici: sono stati e sono meno
inquinati da questo veleno sistematico che ci corrode l’anima.
I classici sono un continuo esempio di grandezza, di coraggio,
di persistenza nella storia. Beethoven non poteva uscire di
casa, d’inverno, perché aveva le scarpe bucate
e la palandrana sdrucita. Ma dopo due secoli tiene il campo,
irremovibile, senza alcuna onda di successo.
2) con un amore forte e determinato verso le cose belle, buone,
vere. Che ingenuità, vero? Eppure, per far questo occorre
un insieme di cultura (studiare, studiare, studiare e ancora
studiare), di speranze spirituali (la centralità dell’uomo
rispetto alle cose, il disprezzo delle idolatrie che ci cosizzano)
di approfondimenti ideologici (la certezza che il sistema
capitalistico deve essere frenato, fermato, sennò porterà
al collasso tutta l’umanità).
Non ho riassunto, in questo mio testo, assolutamente nulla
di tutto ciò che ho maturato studiando i dibattiti
culturali delle riviste di questo secolo: in fondo, nonostante
certe attualità, si tratta di cose in parte superate
dagli eventi, cioè da quel salto di qualità,
da quel gap epocale che l’ultima grande stagione liberista
ha portato nei confronti dell’arte, conducendola al
presente stato di agonia. Ringrazio invece vivamente il prof.
Carlo Bandiera alle cui preziose lezioni presso Iri Management
ho abbondantemente attinto.
Bandiera Carlo: Per una nuova immagine di sé (F. Angeli)
Cherubini Sergio: Il Marketing dei servizi (F. Angeli)
Kotler, Rein, Stoller: Alta visibilità (Isedi)
Marchitto Fernando: Qualità e Marketing in un ente
pubblico (Inps)
Kotler Philip: Al servizio del pubblico (Etas Libri)
Conti Tito: La qualità totale (Sperling e Kupfer)
Letteratura, industria e morte dell’arte
di Paolo Ragni
pubblicato su Ellin Selae |