Pasquale Maffeo: la sintesi di “La luna nel paniere”Veramente grande questo nuovo libro di Pasquale Maffeo. Dico nuovo, anche se si tratta di racconti già apparsi in varie riviste lungo un ventennio. Grande perché si ha un’idea unitaria della narrativa di Maffeo, di quella vena narrativa che nel corso degli anni ha conseguito i vertici dei Nipoti di Pulcinella e in specie di quel Prete Salvatico che consegna Maffeo tra i grandi narratori del ventesimo secolo. Grande perché questo volume va ben oltre ad una mera antologia ma disegna compiutamente alcune tappe realmente “traccianti” un cammino artistico sempre di ottima fattura. Questi diciassette racconti, quindi, che coprono vari aspetti della personalità di Maffeo, si possono concentrare attorno ad alcuni temi qualificanti, senza fare un grosso torto a quelli non così idealmente riassumibili. Probabilmente, la linea più facile di lettura è quella storico-tematica. Da questo punto di vista si hanno, in ordine dall’inizio, le storie di un antico mondo contadino, quello legato a Capaccio, nella Campania cilentina; le storie della seconda guerra mondiale; e poi le storie contemporanee o comunque del dopoguerra. Da un punto di vista artistico, invece, il narrare di Maffeo tocca corde assai varie: dal pathos di situazioni estreme, come quelle legate alla guerra; alla tensione narrativa di odi e vendette legate ad un mondo arcaico; alla delicatezza umana, intrisa di profonda pietas cristiana; fino a sotterranei rivoli di humour, di delicata e spensierata allegria (poca), di voglia, ad ogni buon conto, di vivere. Altre frecce al suo arco si rintracciano facilmente alla lettura, ma la compiutezza è tale che ogni definizione di genere è automaticamente troppo riduttiva. Se ricchissima è l’indagine psicologica, straordinaria è la vivacità del parlato e del discorso diretto; se intensa è l’ambientazione locale, con particolare riferimento al sud, niente di quel che è detto rientra nell’ambito del bozzetto e della narrativa regionalista. Invece la saggezza è, da qualsiasi punto di vista si vogliano guardare i racconti, un filo conduttore che lega i racconti senza alcuna pretenziosità ma al contrario con un profondo senso delle debolezze e delle ansie di riscatto dell’umanità. Il mondo di Maffeo è un mondo di persone semplici, spesso povere, molto spesso legate ad ambienti che oggi sono, o sembrano, completamente scomparsi. Mi riferisco certamente alle storie dell’ambiente contadino, o dei piccoli paesi descritti all’inizio del libro. Ignoro se qualcosa sia ancora rimasto dei personaggi, umanissimi, poveri, modesti, semplici, legati a un primitivo senso di giustizia; ma quel che rimane oggi, al di là degli aspetti più dichiaratamente sociologici, è la capacità di Maffeo di indagare dal di dentro questo mondo, senza facili ironie, senza nostalgie, senza facili idilli ma in tutti gli aspetti, i più poetici, i più dolorosi, i più piatti. Maffeo, in realtà riesce ad indagare umilmente, senza dare giudizi affrettati ma sempre facendo vedere, con assoluta discrezione, quale è il suo punto di vista. Il pregio maggiore dei primi racconti consta proprio in questa distanza (o vicinanza) affettuosa che pone tra sé e i personaggi, tra sé e il lettore. In questo rapporto evita ogni facile retorica nel dipingere personaggi positivi ed evita altrettanto la ancor più facile retorica del giudizio severo di un sud spesso isolato dal resto d’Italia e spesso umiliato davanti ad una storia che corre più svelta di lui. Ecco perché ho parlato di saggezza, perché questa è la linea di continuità, direi di complicità tra l’autore e le sue storie. Mi pare che, al riguardo, i testi maggiormente significativi possano identificarsi in “Vattienti” e in “Ladri”. Specie il primo, così legato com’è a tutto un mondo primordiale come quello delle processioni quaresimali tra le montagne di un sud impervio e violento, ben presenta le alternative, le diversità, le peculiarità dei pellegrini che altro non sono che “fetida schiuma delle taverne”. Così la processione del Venerdì Santo, vissuta da tale marmaglia ubriaca e violenta, si trasforma in una rischiosa serata in cui si attende ogni attimo lo scoppio della tragedia. “Ladri”, anch’esso giocato su vari registri, ha una conclusione, come molte del resto di Maffeo, che scioglie il dramma in una visione bonariamente ironica e distaccata della vita. La vita, coi suoi problemi , le sue ansie e le sue paure, è vista come dall’alto, da un osservatorio dove certi drammi umani si mostrano per quel che sono, povere piccole cose. A parlare di ironia viene da pensare, naturalmente, alla lezione del Manzoni; il grande milanese è presente in questa Luna del paniere per quel distacco partecipato, per quell’affetto che mette nel descrivere le più piccole cose, le giornate i sogni, della gente normale, in una visione più ampia dei fatti, che li riassume e ne fornisce un senso. C’è sempre, viene da dire leggendo la Luna nel paniere, la Provvidenza. La c’è, la c’è, in questo formicolare umano attaccato alla vita in modo istintivo e direi quasi animalesco. Ma in questo mondo ci sono tensioni fortissime, perfino sublimi, rappresentate da personaggi che hanno già il sapore dell’eterno, che vivono l’eterno già in questo modo, con assoluta semplicità, naturalezza, senza alcuna superiorità ma in spirito di profonda compartecipazioni alle sorti degli altri esseri umani. È la pietas che appare evidente, forse ancor più forte nei racconti del tempo di guerra. Questi racconti, più lunghi dei precedenti e più ampi nell’articolazione complessiva delle scene, hanno un ritmo narrativo che rasenta quello dei grandi romanzi, un ritmo epico e brulicante come quello dei Racconti di Pulcinella, un ritmo che manifesta più di un punto di contatto, strano ma non troppo, con il Pasolini degli esordi. Si direbbe che, in un contesto non più arcaico ma addossato alla storia d’oggi, come è quello rappresentato dallo spartiacque della seconda guerra mondiale, Maffeo riesca probabilmente a dare fondo per intero alla vivacità della sua vena creativa. In “Un ritorno” il protagonista, a causa di una
infinita teoria di disguidi ferroviari, ha salva la vita
perché la nave su cui doveva partire in una missione
di guerra viene affondata da un siluro, e muoiono tutti i
suoi compagni; in “Titta” la tragedia incombe
dal primo all’ultimo rigo: un uomo non se la sente
di partire dal suo villaggio per andare a scavare una trincea,
si finge malato e poi riesce miracolosamente e provvidenzialmente
a scamparla; in “Verso casa” si vivono l’angoscia
e la speranza del periodo conseguente all’Armistizio
dell’8 settembre; infine in “Da Campodimele a
Novellara” si vive una grande epopea, drammatica, inquieta,
ma anche divertita di un’umanità travasata da
un paese all’altro, scaraventata dal povero sud alla
pianura padana, in un clima surreale e quasi fiabesco di
guerra sentita dire ma mai subìta. Ecco, mi pare che questo scambio finale, giusto a poche righe dal termine del libro, abbia un valore emblematico di tutte le storie. Non si è all’interno di un universo morale, ma in un’occasione creata dall’Alto, dove si costruiscono nuovi rapporti umani improntati su una logica nuova. Se è vero che la vita è un impegno per tutti, è ancor più vero che il suo nocciolo duro consiste nel fare la propria parte discretamente, ma fino in fondo. Consiste nell’ ”essere qui”. Un essere qui modesto, pronunciato da gente qualsiasi, gente che, pertanto, può con maggiore facilità capire bene quali sono le cose più importanti della vita, senza gli inquinamenti e le dispersioni legate agli interessi del successo, della carriera, dei soldi. Quando il direttore, incuriosito e sorpreso, rimprovera con ironia il protagonista di non aver capito in vent’anni di mestiere cosa sia il mondo carcerario, a tutti noi viene il dubbio che il mondo non sia quello aereo e sognante che noi vedremmo, ma proprio il mondo il direttore conosce bene. Il direttore ricorda a tutti il mondo con le sue brutture e le speranze disilluse, e in modo particolare il rischio di essere “buoni” a questo mondo. Ma la bontà, una volta tanto, anche se in un momento
di congedo può essere facile, stavolta è veramente
vincente, proprio per la capacità del protagonista
di stare in piedi davanti al bene e davanti al male, e a
valutare che non sempre si deve stare in trincea, anche in
un luogo come una prigione. Per questo i due uomini si intendono,
perché si trovano per una volta a stare da pari a
pari, senza gli infingimenti, gli schermi e le barriere della
normale vita quotidiana. È qualcosa di più alto
di entrambi che li accomuna in questa sorta di originale
contratto. |