Riflessioni e sogni nell'opera di Giuseppe O. Longo

Longo è più conosciuto come scienziato o come letterato?
Poiché si divide pressoché uniformemente tra il suo lavoro di professore di Teoria dell'Informazione all'Università di Trieste e la sua attività di narratore, viene da pensare che ci sia una continuità tra le sue ricerche sulla cibernetica e l'intelligenza artificiale e quel complesso ed inquietante mondo mitteleuropeo che fa da sfondo a gran parte delle sue opere.
Gli intrecci tra le due diverse passioni sono forti, equilibrati e sempre di stimolo: per l'intelligenza sempre, ma anche per quell'area del sentire umano che non è riducibile all'intelligenza. Longo è noto al vasto pubblico di chi ama la saggistica per alcuni libri che indagano in profondità le novità tecnologiche degli ultimi decenni, specie quelle rivoluzioni socioculturali che, come la Rete, modificano sostanzialmente le abitudini dell'umanità.
"Il nuovo golem" (1998, Laterza) e il recente "Homo technologicus" (Meltemi, 2001) sono testi che indagano con sorprendente lucidità questo ibrido tecnologico che sta diventando l'essere umano.
Longo, già alcuni anni prima che qualche singola voce avanzasse timidamente alcune perplessità in merito alle presenti e future magnifiche sorti e progressive, indicava lucidamente i rischi che un appiattimento tecnologico può far correre all'uomo. Da scienziato esperto di intelligenze artificiali, egli riconosce e addita all'attenzione di tutti i rischi dell'indebolimento delle capacità creative, inventive e cognitive procurato dalla smisurata fiducia nella Rete. In realtà una cosa è la scienza, altra la tecnologia.

L'uomo può riuscire a fare una gran quantità di cose, ma tutta questa microgovernabilità pare allontanarlo sempre più da una governabilità globale degli assi cartesiani portanti di un sistema economico, politico ed esistenziale generale.
Nell'homo technologicus la capacità di pensare è soppiantata dalla capacità di agire. L'acceleratissimo sviluppo tecnologico comporta uno strappo culturale quale forse nessun'altra rivoluzione ha mai procurato: dalle modifiche irreversibili all'ambiente fisico e mentale fino agli incubi delle moderne e asettiche biotecnologie - ogni cosa dà l'impressione di sfuggire alla comprensione dell'uomo.
L'onnipotenza della tecnologia farebbe quasi rimpiangere le epoche antiche, nelle quali vigeva l'equilibrio tra il pathos e il logos. Scomparso il primo, il secondo da solo provoca orrori, incubi, deliri di onnipotenza. E siamo solo all'inizio di una nuova epoca. Il fatto è - come sottolinea ancora Longo - che sono entrate in crisi le "4E": Estetica, Etica, Emozione, Espressione. La tecnologia finisce per appiattire ogni cosa mettendo allo stesso livello (cronologico, etico...) le cose più disparate.
Il rischio più evidente è che la totale contiguità di tutto con tutto faccia dimenticare le differenze e la necessità di raccogliersi per pensare. E' un rischio tutt'altro che peregrino, perché l'immediatezza di un clic mette tutto a portata di mano, in un immenso scaffale mediatico dove tutto si trova accatastato in un groviglio inestricabile di scienza, economia, tecnica e chiacchiera.
L'uomo tecnologico diventa così una diversa unità evolutiva, profondamente nuova, inserita all'interno di un nuovo soggetto indipendente, la Rete, vero e proprio autore o iperautore di sé stessa. E' un autore che non possiede una mente ma è una mente, è un soggetto cognitivo.
Pare evidente che le vecchie teorie dell'informazione e le visioni tradizionali dell'uomo vengono di colpo scavalcate da veri e propri orizzonti abissali. Gli scenari che si aprono sono obiettivamente innaturali e inquietanti, ed è necessario porsi tutta una serie di quesiti inediti e tentare di formulare risposte non solo sensate ma più che altro congruenti e consone a tali prospettive.
Aggiungo che un ritorno a facili e tradizionali certezze ha ben poco senso perché oggi esse darebbero risposte insulse e non più credibili. Diventa invece necessario elaborare una nuova visione del mondo, un nuovo umanesimo che metta ordine in un universo dove tutto è rigorosamente appiattito e dove l'uomo sta per subire una vera e propria mutazione intellettuale.
Longo sembra parlare spesso della necessità di un ritorno all'ordine. Ma quale ordine? Egli non ci dà risposte preconfezionate, anzi forse non ce le vuole nemmeno dare, perché preferisce, come scienziato e come artista, che ognuno, visti e analizzati i problemi, si elabori una propria risposta esistenziale. Ma non credo nemmeno questo fino in fondo. Viene di nuovo quasi da rimpiangere un tempo, nemmeno poi tanto lontano, in cui i massimi scienziati erano filosofi, pensatori, intellettuali a tutto tondo. Se pare anacronistico riferirci ai sommi dell'antichità, Aristotele in primis, pensiamo almeno ai grandissimi del XX secolo, Einstein, Planck...
Come non vedere lo iato sempre più profondo tra scienza e tecnica, scienza e vita quotidiana, scienza e valori?
Per certo, adesso non c'è più un Sant'Uffizio che ostacola i Galilei della ricerca scientifica. Ma siamo forse in una situazione migliore? Dove tutto è possibile è anche tutto migliore?
Longo non è un economista e nemmeno un sociologo, e molto saggiamente non si addentra in terreni che gli risulterebbero minati perché non suoi.
Certo, sarebbe interessante che qualcun altro, con altrettanta lucidità a autorevolezza, affrontasse il problema della caduta verticale del pensiero alla luce del diluvio della comunicazione. E la prospettiva, probabilmente, dovrebbe essere proprio quella economica.
Sull'onda della globalizzazione crescente, viene da dire che in realtà siamo soltanto all'alba del capitalismo e della rivoluzione industriale. Probabilmente siamo solo nella preistoria del capitalismo e questo sistema economico e sociale deve ancora permeare per intero di sé tutti i processi e sviluppi su base planetaria, forse per qualche secolo e non senza brusche contraddizioni e violenti aggiustamenti. Non è infatti razionalmente prevedibile uno sconsiderato indefinito saccheggio dei beni della Terra, in quanto, semplicemente, essi sono limitati.
Morale a parte, ciò non è obiettivamente possibile.
E' assai probabile che fino al momento in cui le risorse non rinnovabili saranno in procinto di esaurirsi, anche il processo di "cosizzazione" dell'animo umano e il suo assorbimento all'interno di rigorose logiche economicistiche di mercato andranno sistematicamente avanti, a una velocità crescente, fino all'orlo del precipizio e anche oltre.

L'altro versante dell'uomo Longo, il narratore, si muove su coordinate in qualche modo parallele, ma originali e senza dubbio non così direttamente coinvolte nella ricerca scientifica e nell'universo cibernetico. Su questo versante sono tuttavia presenti per intero le inquietudini di un animo diviso tra passione scientifica e ricerca artistica, tra logos e pathos, tra vero e bello.
Il Longo artista, sotto questo profilo, riserva più di una sorpresa.
I suoi testi giustamente più famosi(i romanzi "L'acrobata", per Einaudi, e "La gerarchia di Ackermann", per Mobydick, e le antologie di racconti "Il fuoco completo", "Congetture sull'inferno", "I giorni del vento", tutte per Mobydick) sono tutti apparentati dalla sincerità di una ricerca in pari tempo esistenziale, artistica e linguistica.

Colpisce più di tutto la singolare coerenza di un autore che, con attentissima misura, evita rigorosamente di dire troppo, di mettere in bocca al lettore una facile spiegazione o una morale adatta per tutti i gusti. Colpisce ancora di più in Longo la capacità di evolversi rimanendo sempre all'interno di un discorso logico assolutamente inconfondibile. Così, ne "L'acrobata", l'irrompere del mondo scientifico, e in specie di una segretissima macchina per decodificare i messaggi, il mito e l'incubo di ogni ricercatore, dall'archeologo al Grande Fratello, è il sogno del bambino e del delinquente, è il tentativo, ingenuo e disperato, di rimettere ordine in un caos crescente.
Analogamente, "La gerarchia di Ackermann", romanzo intelligente e complesso, ma non di disagevole lettura, è un momento di riflessione logica, affettiva, intellettuale, sentimentale, è lo spazio di una giornata, vent'anni dopo certi drammatici avvenimenti.
Perché, se qualcosa riesce in modo straordinario a Longo, è l'espressione di uno sforzo, insistente e doloroso, ma non privo di speranza, di mettere ordine in un universo spento, governato da regole misteriose, sempreché - pare dire - ne esistano.

Non ho mai domandato a Longo l'influenza che ha avuto su di lui Prigogine, sommo scienziato d'origine russa cui nei decenni futuri l'umanità si sentirà debitrice per i suoi rivoluzionari studi sul Caos. Ma è certo che, sfaldatesi le vecchie logiche scientifiche, anche la scrittura narrativa tradizionale risente palesemente della mancanza di un centro visibile. E' quello che rende i testi di Longo inquietanti e spaesanti, sempre in bilico tra ricerca e sconforto, tra vita quotidiana e formidabili interrogativi sull'essere e il nulla.
Così, al di là di una riconoscibile patina kafkiana, ravvisabile in alcune delle pagine forse più belle e leggibili di Longo, quel che stuzzica e contemporaneamente lascia sospesi nella lettura è proprio quell'inquietudine atemporale, metafisica e astratta tanto più convincente quanto più intrisa di quotidianità.
Si sa bene che una bugia pare tanto più credibile quanto più è possibile reperirvi un singolo, anche minuscolo, elemento di verità; e altrettanto dicasi dei sogni, specie di quelli allucinati che la notte tormentano spesso i mortali mischiando a un dolore inesprimibile una gran quantità di dettagli, spesso minuti.
Longo, da artista colto ma in specie intelligentissimo, possiede la virtù di rendere credibile una macchina mondiale o una storia fatta di follie ripetute, grazie appunto a una miriade di riferimenti minuti, in particolare legati alla sua Trieste: le strade, le trattorie, la bora - niente è lasciato al caso, in un'intelaiatura sapientissima se non addirittura ricercata.
Così l'obiettivo attraverso il quale Longo osserva la vita è un quadro caleidoscopico in perenne movimento, spesso circolare, dove le regole spazio-temporali vengono elegantemente invertite, scardinate, sconvolte. E' un movimento intessuto di vibranti retrospettive e inquietanti riflessioni.
Si nota, in un autore così dichiaratamente mitteleuropeo e triestino, la quasi totale assenza di elementi mediterranei tipici della sua famiglia di origine, ma il fatto non dispiace perché probabilmente l'immissione di altro materiale ancora sarebbe risultata ingombrante e incongrua. Ma si nota ancor più l'assenza nella critica di un riferimento probabilmente essenziale nella personale elaborazione dell'autore e certamente illuminante per la comprensione del suo universo cosmico e artistico: E. T. A. Hoffmann. L'Hoffmann padre di molti generi letterari dell'Ottocento, maestro del realismo e del gotico, surreale e onirico quant'altri mai; l'Hoffmann autore di "Schiaccianoci e il re dei topi" e di fiabe intrise di filosofia romantica tedesca; l'Hoffmann maestro di Kafka e Dostoevskij; l'Hoffmann studiato dagli psicologi e psicoanalisti di ogni scuola; l'Hoffmann innamorato della scienza e da questa terrorizzato (si pensi ai suoi racconti sugli automi, sugli esseri meccanici, sul mesmerismo e sugli stati di coscienza alterati); l'Hoffmann musicista (la musica in tutte le sua variazioni classiche permea molte tra le pagine più insinuanti di Longo); l'Hoffmann ossessionato dalla natura e dall'amore, dal troppo bello, dal sublime che è sofferenza e malattia.
Con questo riferimento assai personale e forse discutibile, opinabile come tutti i riferimenti di fronte a un universo infido e impervio alla decodificazione come quello di Longo, lascio ai lettori il piacere e il tormento di una lettura sempre in bilico, sincera ma mai gridata, trattenuta sempre da un'intelligenza vivissima, ma mai cerebrale e pretenziosa.

Riflessioni e sogni nell'opera di Giuseppe O. Longo
di Paolo Ragni
pubblicato su Silarus