Francesco Graziano: Nasse del sud tra assonanze e distanzeConfesso con un po’ di vergogna che, prima di questo libro, non sapevo ancora cos’erano le nasse. Abitante di una città dell’interno e di origini, semmai, contadine, ho sempre avuto poca dimestichezza col mare. Così da queste nasse è partita tutta una riflessione sulle reti, sulle trappole, sui tragitti che si percorrono. Francesco Graziano mi ha guidato lungo un sentiero sempre chiaro, a tal punto preciso da diventare addirittura inequivocabile. Ritengo Francesco Graziano una delle voci più pulite e nitide dell’attuale poesia in Italia. Perché, se è vero che, nel fitto gioco di simboli, idee, assonanze, ricordi e utopie, spesso può dirsi tutto e il contrario di tutto, Graziano si libra con una esemplare nettezza del disegno, dell’intelaiatura del discorso, della singola poesia, della silloge. Innanzitutto due parole su questa esemplarità del discorso poetico di Graziano. E’ facile, all’interno di una simbologia così ricca di nessi e riferimenti mitici, storici, sociali, ambientali ed esistenziali, perdersi in un abisso tanto più insinuante quanto più –a chi non lo sa tenere a freno- equivoco, ambiguo e, in definitiva, vuoto. Graziano salta a pie’ pari ogni sotterfugio ed entra subito in medias res. La grande ricchezza del linguaggio poetico –che spesso in tanti autori confina con un’ambiguità incerta e con una imprecisione del vissuto e del detto- in Graziano si connota invece per un grandissimo senso visivo, con un intenso amore per le descrizioni del paesaggio, con un occhio fotografico tanto immediato quanto intenso. E’ anche facile osservare quante volte un momento, una situazione interagiscano con il suo stato d’animo e immediatamente assurgano a qualcosa di più alto. Graziano partirà forse anche da esperienze personali, ed è anche vero che forse non facciamo altro che raccontare noi stessi e noi stessi in relazione col mondo. Graziano però ha il pregio di parlare, in definitiva, assai poco di sé, nonostante le apparenze. Ogni sua poesia, ogni verso assume un valore che supera molto la propria personale autobiografia, il proprio vissuto o il vissuto di una regione d’Italia. Vorrei proprio soffermarmi su questo: di quale Sud parla Graziano? Il sud di sé stesso, il sud d’Italia, il sud d’Europa, il sud del mondo? E’ evidente che non si può dare una risposta univoca che vada sempre bene, perché il pregio di una poesia come questa sta proprio nel fatto che le realtà geografiche, storiche, sociali vanno ben oltre ad una precisa caratterizzazione di latitudine. Latitudine che, però, rimane sempre ben presente. Sia all’interno del suo universo storico concreto di intellettuale calabro, sia all’interno di una delimitazione che vede il sud come terra di grido e di rivolta, di ansie, speranze e sconfitte. A me pare che in Graziano, specie in queste Nasse del Sud, convenga rivalutare l’aspetto storico, sociologico della sua terra, ed insieme le valenze universali di una situazione di obiettiva disparità con il resto dell’occidente. Non voglio né usare né abusare dei diretti riferimenti ad uomini collocati all’interno di una ben definita area, come Brecht o Roversi; né voglio, tantomeno, sottolineare una pretesa sovrapposizione dei due piani, storico-politico e poetico. Grazie a Dio Graziano è così equilibrato da potere dire le cose più forti con un tocco passionale sì ma altrettanto lieve. Così, tra “Un Paese diviso” e “Frugando tra i fossi” appare una dimensione inedita, dolorosa ed inquietante della Storia; storia maiuscola e storia minuscola. Ed altrettanto, all’interno di quelle poesie più dichiaratamente intime e raccolte, dedicate all’assenza (“Lontana e vicina ti alterni”; “C’è chi tra un tilt e l’altro”,”Per l’Italia”) la storia privata non ha alcunché di individualistico o narcisistico. Graziano non è un tipo che si piange addosso. Si potrebbe anche obiettare, non senza validi motivi, che nessun Graziano o nessun poeta dovrebbe piangersi addosso, e sarebbe giusto. Ma in un mondo obiettivamente tragico come questo del Novecento (e del 2000 senz’altro), in un mondo dove la banalità regna sovrana, una lucida ed attentissima coscienza non può non cogliere i segni dello sfacelo, dell’abisso, della morte per inaridimento. Frequenti sono questi segni di un disfacimento etico, politico, storico, i segni di una sconfitta che però, atroce che sia, non è mai senza speranza. Mi piace sottolineare proprio questo, in Graziano: da un lato la precisa consapevolezza di una determinata situazione storica ed umana; da quell’altro il senso di una speranza, non so dire in quel proporzione terrena o ultraterrena. Credo che in Graziano, nelle sue Nasse, sia presente, chiarissimo e perciò elusivo ed allusivo, un senso messianico della vita, di questo percorso a ostacoli, tra trucchi, imbrogli, lacci che costellano, incorniciano, restringono il campo dell’umano agire. Viene da pensare alla parabola evangelica del seme che cade tra i rovi, o nell’arida terra, o, altrettanto chiaramente, al primo e medio Montale, quello che, nell’allucinato biancore di una secchezza esistenziale percepisce i segni di preziose indecifrabili occasioni. Ma i riferimenti valgono, qui, quel che valgono; non solo perché a ognuno è ritenuto lecito trovare somiglianze, sonanze e disequilibri come più gli pare: secondo una prassi infelicemente collaudata da decenni, chi critica fa (uso un linguaggio web) un ipertesto, dove, alla fine, non esiste più alcun riferimento col testo originale, ma si perde all’interno di una sconfinata miriade di links di cui non si ricorda più l’origine. No, per queste Nasse del sud occorre invece, sempre, tenere sempre stretto il timone e orientarsi verso un preciso baricentro interiore, fatto sì di disequilibri, dissonanze e assonanze, ma costruito in specie attorno al gioco degli opposti poli, degli ossimori, delle speranze e delle disperazioni. Occorre identificare meglio, tra le varie possibili chiavi di ricerca, in queste Nasse del sud un poesia dell’assenza e dell’invocazione, quale è, ad esempio, quella di Luzi, sempre nel guado tra strazio, catastrofe, speranza e fede. Un’ultima osservazione, anche questa una tra le tante possibili: ritengo che Francesco Graziano abbia, in queste Nasse, conseguito un obiettivo certamente assai pregevole; quello di una scrittura sempre attenta e circostanziata, lontanissima da ogni retorica, mai ostica ma sempre leggibilissima, godibilissima; Nasse del Sud è un testo che, pur nella evidente maturità tecnica, stilistica ed artistica, conserva per intero una sua freschezza come solo le migliori opere giovanili possono avere; una freschezza che non è certo ingenuità o leggerezza ma è quel sale che permette, appunto, di vivere ed andare avanti; non di barcamenarsi e sopravvivere, come chi va avanti negli anni si adatta a fare; ma di proseguire un cammino secondo un personale percorso, intenso e intelligente, vissuto e voluto, non guidato dagli eventi. Mi pare che Graziano non abbia perso la rotta e, al di là dell’umano destino, sappia muoversi oltre con coerenza e giovanile fiducia.
C’è chi tra un tilt e l’altro… C’è chi tra un tilt e l’altro, amore mio,
Ogni mattina la storia si ripete… Ogni mattina la storia si ripete
Fa certo scalpore il gesto eclatante… Fa certo scalpore il gesto eclatante: |