Pellegrinaggio in Terrasanta

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Incipit

 

 CAPITOLO PRIMO: A GENOVA

 

La vista di Genova fu superiore a tutte le attese: scendendo per i colli, agli occhi di Eufrasio e di Basilio apparve un fronte compatto di mura su cui si aprivano ben quattro porte.

“Basilio! Quant’è grande...!”

 “Tz!” rispose Basilio “Tu non hai visto Milano”.

Eufrasio e Basilio erano due ragazzi lombardi: erano pellegrini in viaggio verso la Terrasanta, nell’anno del Signore 1160.

Eufrasio era piuttosto minuto, timido, attento e modesto. Era il compagno ideale per ogni occasione. Basilio era tutto il contrario: grosso, rozzo, spaccone, ma in ogni modo furbo e di pochissime parole. Portava alla cintura ogni sorta di coltelli. I due ragazzi, in fuga dalle città messe a ferro e fuoco da Federico Barbarossa (1) erano amici per la pelle.

“Dove metteremo tutte le reliquie?” (2) chiese Eufrasio.   

“Già” rispose Basilio sporgendo la bazza (l’aveva preminente anche senza questo gesto suo tipico).

“Dovremo comprare almeno tre sacchi!”

”Prima di mettercele in spalla, Eufrasio...”

“Sì...?”

“Per ora – non abbiamo né questo né quelle”.

“Le spalle?”

“No. Le reliquie”.

“Basilio” continuò Eufrasio mentre scendevano verso la città “A Genova bisognerà trovare un abito da pellegrini”.

“Perché?!”

“I pellegrini hanno un bigello… (3)  c’è anche cucita sopra un croce rossa”.

“Cucita, cucita...” rispose Basilio “E qua chi la cuce, questa croce?”

“No. Volevo dire: non abbiamo neanche l’abito da pellegrini!”

“Non ci pensare” troncò sbrigativo Basilio “Quando ne avremo la possibilità, ci faremo cucire addosso tutte le croci rosse che vuoi”.

Mano mano che si avvicinavano, si distingueva meglio in lontananza la massa grigiazzurra del mare. Eufrasio non stava più in sé dall’emozione. Intanto, cominciavano a vedere torri e campanili, un intreccio di strade a ragnatela. Come il lato delle mura dava l’impressione di essere appena costruito, e forse neanche perfettamente ultimato, la città, vista dall’alto, sembrava cresciuta negli ultimi tempi: prati e campi, difatti, da come potevano vedere, erano quasi tutti fuori dal giro delle mura.

“Questo viaggio ci porta in una gran bella città!” esclamò Eufrasio, facile agli entusiasmi.

“Già” confermò Basilio.

“Per noi, che veniamo dalla campagna, una città così sembra già Gerusalemme”.

“Davvero” assentì il suo amico.

“Bisognerebbe ringraziare Dio che le cose stanno andando bene”.

Basilio questa volta si limitò ad emettere un grugnito, assentendo con la testa.

Si infilarono dunque nella prima chiesa che trovarono per strada: era dedicata a San Vincenzo. Vi pregarono con gran fervore. Usciti, non paghi del loro ringraziamento, videro un’altra chiesa, dedicata questa a Santo Stefano, primo martire, e anche qui si buttarono a capofitto. Eufrasio sortì dal tempio quasi stanco dalla contentezza e dall’intensità delle sue preghiere. Basilio -che per tutto il tempo aveva tenuto la testa china, senza nemmeno osar guardare l’altare- continuava a non proferir parola. Aprì bocca solo per dire che aveva fame. Giusto accanto alla chiesa di San Vincenzo c’era un ostello.

“Cosa vuoi fare?” gli chiese l’amico “Domandare qualcosa da mangiare?”

“L’hai detto”.

“Ma io...” abbozzò timidamente Eufrasio “mi vergogno. Non l’ho mai fatto!”

Basilio ora guardava il suo compagno, ora tastava il proprio stomaco. Questo gli parve più incavato di quanto fosse perplessa l’espressione di Eufrasio.

“Entriamo!” proclamò.

I fatti gli dettero ragione, perché pareva davvero che gli ospedalieri aspettassero proprio loro: ad una tavola c’erano due posti vuoti. In un baleno arrivarono due ciotole di minestra calda. L’unica pecca fu che finì troppo presto. I due pellegrini ringraziarono ed Eufrasio, andando via, lasciò in un sacchetto delle offerte una monetina. Solo un po’ rifocillati dalla zuppa, fecero gli ultimi passi prima di entrare nelle mura: videro un macello, una piazza lunga e stretta, una porta. Erano a porta Sant’Andrea, nella città di Genova .

La sera dell’arrivo, la cosa più difficile fu pernottare; trovarono comunque una locanda assai popolare ad un’estremità del porto: era un’osteria con tre stanzacce annesse, si poteva sgranocchiare alla peggio e dormire al coperto. Il letto era niente più di un misero pagliericcio puzzolente, dove avevano dormito da tempo immemorabile chissà quante persone. A Basilio questo non fece né caldo né freddo, si addormentò subito. Eufrasio, invece, non riusciva a chiudere occhio. Si rigirava da tutte le parti senza prendere sonno.

“Basilio!” chiamò infine.

“Mm! Cosa c’è?”

“Non mi riesce addormentarmi”.

Qualcuno nei pressi brontolò.

“Parla piano!” sussurrò Basilio "Qui non siamo mica da soli, per fare i nostri comodi”.

Eufrasio guardò il soffitto buio. Alcuni insetti ronzavano.

“Dimmi qualcosa, Basilio”.

Basilio si alzò a sedere e guardò l’amico in faccia per vederlo bene.

“Che hai, paura?”

“No...”

“Recita di nuovo il Padrenostro. Vedrai che ti passerà. E aggiungi anche due o tre Avemarie. Di solito funziona”.

Basilio tornò ad accomodarsi per terra; sentì il bisbiglio di Eufrasio che recitava le preghiere. Quando non sentì più nulla, chiese sottovoce:

“Stai meglio, ora?”

“Sì. Però raccontami qualche cosa lo stesso”.

“Boh. A quest’ora?”

“Sì”.

Basilio non disse niente. Eufrasio si aspettava una risposta, invece il suo amico gli passò una mano sulla testa.

“Dormi. Sta’ tranquillo, parleremo domani. Dormi, Eufrasio”.

La mattina seguente, andarono al porto. Da destra, soffiava in faccia un forte vento.

“Basilio!”

“Oh!”

“Hai mai visto un porto, tu?”

Il compagno alzò il braccio e fece il labbro grosso, sporgendo il mento. Però non disse nulla.

“E’ il mare?” insisté Eufrasio.

“Eh...il mare...è una cosa...sterminata”.

Il porto si dimostrò cosa incredibile: era pieno di strani grandi oggetti oblunghi di legno, sopra cui poggiavano lunghe aste, ponteggi e castelletti inusuali. Perfino Basilio sbalordì.

“Che razza di roba è?” domandò sgranando gli occhi.

“Ma dove sarà il mare?!” incalzò Eufrasio.

“Mah! Io, che l’ho visto, ti posso assicurare che qui del mare non si vede nemmeno l’ombra”.

Per arrivare a questi oggetti stranissimi, camminarono attraverso masse informi di persone indaffarate nelle operazioni più curiose. Infine, giunti proprio in faccia a quelle cose grandi ed arrotondate, rimasero lì fermi a contemplarle:

“Devono essere navi” ipotizzò Eufrasio.

“Giustappunto” confermò l’amico “Sono proprio navi”.

“Stanno nell’acqua” disse Eufrasio.

“E’ l’acqua del mare, Eufrasio...” spiegò confidenziale Basilio

Ristettero ancora a considerare le cose.

“E’ questo dietro che scroscia, allora, il mare?” chiese Eufrasio

“L’hai detto, Eufrasio”.

“Andiamo a guardarlo per bene. Con tute queste navi, non si vede. Ci sarà un orizzonte, da qualche parte”.

 Non fu difficile trovare il mare. Era grigio, azzurro, verde – i due ragazzi ne rimasero meravigliatissimi. (4)

Ancora senza fiato, passeggiarono per il porto. Osservarono che le navi erano di due specie: c’erano imbarcazioni grosse e larghe, con una vela quadrata o addirittura con due o tre, una quadrata e le altre, chissà perché, triangolari; e c’erano navigli lunghi e stretti, senza vele, ma con i remi, talora perfino sovrapposti in più ordini. La curiosità prese il sopravvento sulla timidezza, ed Eufrasio domandò in giro come si chiamavano queste navi senza vele. Seppe così che erano le galee, ed ai remi stavano poveretti condannati ad un lavoro assai duro, e talora anche pigri uomini chiamati “buonavoglia”.

“Per la Terrasanta si andrà con una nave a vela o con una galea?” si chiedevano pensierosi.

Attoniti, contemplarono una breve striscia di terra che avanzava nell’acqua attorno cui, come in un pettine, si distendevano esili pontili in legno anch’essi sporgenti. Videro anche, all’estremità di questo lembo, una torre cilindrica, aperta in cima, dove senza un apparente motivo era acceso un fuoco. (5)  Infine, con la testa confusa, si allontanarono.

La mattina seguente, raccolte un po’ le idee, i due ragazzi tornarono al porto. Basilio, meno spaesato, riuscì ad attaccar discorso con alcuni marinai. Da questi seppe che ogni nave era registrata assieme al nome del suo padrone, delle merci e dei passeggeri. Verso la Terrasanta sarebbero partite tra breve alcune navi. Congedatisi, ragionarono sul da farsi.

“Basilio!”

“Oh!”

“Bisognerà lavorare. Non abbiamo una lira per pagarci il nolo”.

“Già”.

Dopo sesta (6) si misero in cerca di un lavoro. Non li voleva però nessuno, perché di ragazzi, e per pochi giorni di lavoro, i genovesi non sapevano che fare. Finalmente trovarono un posto di scaricatore per una nave carica di allume (7) che sarebbe arrivata l’indomani da Valenza: era un lavoro di quattro o cinque giorni, e a Basilio andava benissimo. Eufrasio, sempre al porto, avrebbe caricato pietroni per riedificare alcuni castelli in previsione di una guerra contro il Barbarossa.

Quand’ebbero dormito alla meno peggio nel camerone straripante di provenzali e castigliani, la mattina, ingoiato un pezzo di pane, si separarono, d’intesa di rivedersi alla locanda.

A sera, suonati i vespri, (8)  erano più morti che vivi. Si abbracciarono.

“Allora, Basilio?!”

“Tu sapessi...quanto ho lavorato...”

”Ed io...”

“Questi genovesi hanno preso sul serio la venuta dell’Imperatore. Non sanno se ci arriveranno, alla guerra, però lavorano senza soste” .

“Ma cos’hai fatto, insomma?”

“Sono cinque anni da che lavorano alle mura. Si misero tutti al lavoro, uomini e donne, di giorno e di notte. Perfino Siro, l’arcivescovo, quel che aveva, vendette tutto”:

“La stai prendendo larga”.

“Voltaggio, Fiaccone, Parodi, Rivarolo, Porto Venere, rimettono su tutto. Dove lavoriamo, è tutto un cantiere. Con l’aria che tira, ci torchiano ben bene, noi operai. E tu, Eufrasio? Ti vedo proprio stanco”.

“Ora andiamo a mangiare, ché non sto ritto”.

Alla taverna ebbero soltanto una zuppa di farro (9) e lenticchie, ma era abbondante, condita col burro e ben salata, così si rifocillarono. Intanto Basilio spiegava:

“Questo diavolo di allume è la cosa più pesante che esista. E’ una robaccia pesa quanto il piombo, accidenti a chi l’ha inventata”.

Eufrasio ascoltava interessato.

“Eufrasio. Non chiedi niente a Basilio?!”

“Ah, certo! Dimmi, dimmi, Basilio cosa è l’allume”.

Basilio atteggiò il viso ad una smorfia eloquente.

“Che ti devo dire...anche in Lombardia c’è l’allume, che diamine, ma non l’avevo mai visto. Lavoravo forse in tintoria, io?  O ero forse un conciatore di pelli?”

Eufrasio scosse la testa. Basilio proseguì:

“Eppoi, c’è allume e allume. Grazie a Dio, da tre anni i pisani portano via l’allume africano senza pagare il dazio. E così questi genovesi sono rimasti a bocca asciutta, ben gli sta”.

“Perché ce l’hai coi genovesi?”

“Mai lavorato così!” esclamò Basilio, ma riprese subito la spiegazione.

“Il migliore è grosso e bianco. Fanno così: prendono le pietre, le macinano, le cuociono, poi bagnano la poltiglia, la asciugano e la ribollono. Alla fine è purgato. Quando si sono annoiati di bollire e rimestare, lo ghiacciano nella pila e lo infilano nei cofani. Ma ancora non sono contenti. Lo riasciugano un’ultima volta, perché dicono che si conserva per sempre. Quante cose ti dico, eh!”

“Ma è qua a Genova che fanno tutto questo?”

“No, no, tutto in pastiglia. (10)  Qua arriva già bell’e sistemato, insaccato che lo puoi travasare. Viene un polverone che non ti dico”.

Eufrasio disse:

“Se fossimo grandi e avessimo un capitale, non sarebbe brutto fabbricare l’allume. Non deve essere difficile”.

Basilio lo guardò di sottecchi.

“Noi non abbiamo i soldi, e basta”.

L’indomani Basilio fece a botte con uno scaricatore.

“Com’è successo?” gli chiese premuroso Eufrasio.

Basilio aveva un occhio pesto, però era soddisfatto. Tuttavia, come suo solito, non parlava.

“Quest’allume” disse infine “non c’è una regola precisa chi lo scarica e chi no. Qualche volta tocca ai marinari, qualche volta a noialtri”.

Detto questo, Basilio si ingozzò con un robusto tozzo di pane che masticò così avidamente da berci subito su due tazze d’acqua.

“Allora?” insisté Eufrasio.

“Allora è successo che non ci siamo messi d’accordo”.

“Tutto qui?”

“Tutto qui” confermò Basilio rimescolando la zuppa col cucchiaio “Come vedi, Basilio” e schioccò le dita “non si tira indietro”.