da "Dismissioni"
Poesia del vecchio dos
Per caso ritornai al vecchio dos,
a quel suo schermo triste in bianco e nero,
c’era il programma di videoscrittura
anch’esso a due colori.
I caratteri
mi apparvero un poco antiquati, come
certi strascichi di sole ad ottobre,
o le lozioni contro la caduta
dei capelli.
Le lettere
– le lettere –
così portavo stretti i miei jeans neri e
stampavo l’estratto conto col bancomat.
Un senso di catastrofe ci atterra,
se ho voglia di vederti come
faccio -
la prima sera libera che fai -
il sole smorto e basso all’orizzonte
mi dà un po’ di fastidio quando guido:
mi desti
la tua macchina una sera
così come a un amico di Torino;
quel tuo parlare strano, sottovoce e
il peso insopportabile di un sogno,
… trentatre, ventidue, sette e settanta
…
la casa, quell’estate, su in montagna,
stava in un’oscura cittadina
industriale:
dalla finestra
del bagno
la vista era ansiosa, era un po’ triste,
dalla cucina vedevo le fabbriche,
la chiesa, la cima delle montagne.
Spugnette,
detersivi e varichina
sotto l’acquaio, poi le medicine
in fila sulle mensole.
Nella
piazza
il sabato facevano il mercato.
Pensavo sempre a te, a quel tuo modo
di piangere in diretta, al fazzoletto
strappato in fretta dalla borsa nera
-tanto premesso per quel che
riguarda…-
hai visto i miei occhiali, per favore?
passava così strano questo ottobre,
faceva molto caldo, ero sbracciato e
correvo lungo le piste ciclabili:
le foglie
sull’asfalto vorticavano,
ero in ritardo di un’ora perché –
Arriva la catastrofe domenica
pomeriggio, quando l’ora solare
chiude le porte, sbarra le finestre
non sai che me ne voglio andare
via?
al cinema la sera socchiudevo
gli occhi.
Pensavo
al vecchio dos,
quando al semaforo, sotto il lampione
facevo le mie foto in bianco e nero.
Di certo le migliori erano quelle
senza persone, fatte con un flash. |