Narrativa e poesia
Le tue poesie sono accattivanti per quell'insistere sui momenti più disparati che quotidianamente ognuno di noi vive e a cui è legato senza possibilità di staccarsene nonostante il forte desiderio di ritrovarsi con la natura, con i ricordi e con il sentimento più nobile dell'uomo, l'amore. Costruttivamente, spesso danno la sensazione/certezza di ascoltare due voci: la voce di un Io narrante, con la sua realtà (anche fisica) che si visualizza in frammenti (talvolta, ironicamente rilevati) e la voce di un Io evocativo e nostalgico che si introduce con calda prepotenza quasi a rendere più evidente la sofferta accettazione dell'esistenzialità odierna. Già alla prima lettura risalta la nitidezza del linguaggio, espresso con parole e costrutti lontani da ogni artificiosità accademica e fredda, ma pregni dell'essenzialità vivente del colloquio con il lettore. F. Santamaria
Leggenda per Ognissanti del fiorentino Paolo Ragni è tra le più rilevanti opere di narrative prodotte dalla cultura cattolica dal secondo dopoguerra ad oggi. Essa si distingue sia per la naturale limpidezza o chiarità (claritas) del linguaggio che per la pregnanza dei significati simbolici, permeati di quella spiritualità che nel primo dopoguerra abbia dato vita, sempre nell'ambito cattolico, ad un romanzo come "perfetta letizia" del palermitano Pietro Mignosi. "Perfetta letizia" fu pubblicato da una piccola editrice toscana a Pistoia. Per le edizioni fiorentine di Hellas, dirette dal siciliano Carmelo Mezzasalma, ha visto ora la luce "Leggenda" di Paolo Ragni. Un intreccio tra Sicilia e Toscana, perfettamente coerente con le tradizioni multicordi della nostra polivalente civiltà e della nostra unica letteratura.
Vittorio Vettori, Milazzo 17/12/1995
Il romanzo di Paolo Ragni è ambientato nell'Alto Medioevo, quando l'Europa, in mano ai barbari, è preda di carestie, pestilenze e continui conflitti. Il Cristianesimo si va diffondendo tra le popolazioni e Luciano intraprende il suo lungo e difficile viaggio. Molte sono le vicende in cui si trova coinvolto e tante le persone che incontra, ma, quando alla fine si ritrova solo, capisce che sono la dottrina di Cristo, la preghiera e l'abnegazione verso gli altri, ad esser la sua vera compagnia e sostegno. Così il suo viaggio diviene momento di conoscenza di sé prima che del mondo perché l'intima comunicazione con Dio gli rivela la missione cui è chiamato. Disgustato dalle brutture della vita, infatti, si chiude in eremitaggio per anni, seppure, soltanto a seguito di ulteriori traversie e peregrinazioni, giungerà alla certezza che solo Dio è la sua luce e la sua salvezza ed a Lui si consacrerà. Merito dell'autore è quello di descriverci questa realtà, così lontana dal nostro tempo, in modo tale da rendercela viva ed attuale, porgendoci un quadro veritiero della fatica con cui l'elemento barbaro si assoggetta alla civiltà, dei riti pagani che si fondono alle pratiche cristiane e soprattutto del travaglio interiore che vive il protagonista. Le descrizioni del paesaggio sono delicate e particolareggiate, e, in tutto il romanzo, Paolo Ragni usa un linguaggio senza sbavature in cui anche i termini più arcaici o di suo conio sono un modo per rendere più partecipe il lettore e far sì che epopea storica e conflitto intimo si fondano magistralmente in ogni pagina.
Angela D'Acunto collaboratrice di Silarus 1989
Paolo Ragni, in questo suo accattivante romanzo, compone un piacevole affresco dell'Italia durante le devastazioni del conflitto greco-gotico. Il protagonista Luciano, spesso accompagnato dal suo corvo Elia, passa attraverso tutte le esperienze possibili in quel momento storico. E? costruttore di chiese, eremita, marinaio. Si inserisce in una babele di lingue e di razze, sempre affamato, perché la carestia non ha fine. Tre donne confortano la sua esistenza travagliata: prima Erimanna, la moglie fuggitiva, poi la stordita Maria Iulia e infine l'innocente monaca Priscilla. Mentre il suo personaggio cammina, o viaggia a dorso di mulo, Ragni delinea purissimi paesaggi montani, o ricostruisce le atmosfere ambigue dei porti, ove le ruberie e le risse sono la regola, il difficile rientro alla terra d'origine, tra febbri e assalti di briganti, si conclude con l'ingresso di Luciano nel 556 in una badia benedettina piemontese ove muore in odore di santità, ma (dice l'autore) "le nuove guerre e l'estrema miseria dei decenni successivi fecero cadere nella dimenticanza la beatificazione dell'eremita e pi benedettino Luciano. Credo pertanto che venga ricordato per il giorno di Ognissanti". Così l'opera termina. Rodolfo Doni in prefazione dà un giudizio positivo del libro che trova "un racconto fresco di piacevole leggibilità" e si dilunga anche sui pregi stilistici e sulle locuzioni nuove usate dallo scrittore.
Elisabetta Galati Di Iaconi, collaboratrice di Silarus. 1990
Il romanzo di Paolo Ragni è la storia di una vocazione sofferta ed accettata da un uomo incostante, travagliato da dubbi e rimorsi: purtuttavia chiamato a testimoniare l'adesione ad un progetto soprannaturale. L'incontro col vescovo Libero è una manifestazione d'affetto, è un riandare all'infanzia di Luciano per riscoprire dei valori e per esortarlo alla riedificazione della Casa del Signore, distrutta da tanti avvenimenti nell'Alto Medioevo, con l'Europa occupata dai Barbari. Il Prelato manifesta fiducia in quel povero carpentiere che, attraverso un grande tormento interiore, ha abbandonato l'eresia del padre. Luciano ha vent'anni, accoglie l'invito, accetta l'incoraggiamento, ma ritorna col pensiero ad Atala, la giovane visigota fuggita di fronte all'avanzata dei Franchi: piuttosto sudicia e grinzosa per la sua giovane età ma solerte e lavoratrice. La raccomandazione del Vescovo l'accompagnerà nel suo viaggio: "Non devi, in questo tuo peregrinare in paesi che non conosci e tra gente ignota, né disprezzarti, né odiare alcuno . sii buono con tutti" perché non bisogna fare distinzione tra cattolico o no; ciascuno è sempre un uomo. E' un programma di vita semplice, schematico ma non facile. Parte con nel cuore la nostalgia e il dispiacere di cancellare i quindici anni di vita trascorsi con quel popolo. L'autore del romanzo descrive gli stati d'animo del protagonista con profondo senso umano e stimola il lettore ad interrogarsi sulle proprie responsabilità di fronte agli impegni assunti ed al dovere da compiere in ordine alla scelta del proprio stato. Ad ogni tappa il giovane è sottoposto a domande sulla sua identità ed è oggetto di interesse da parte di molte donne che gli descrivono la loro situazione con una deprimente espressione "da noi basta campare"; ciononostante si accorge che è bello stare con gli altri anche se a volta sorgono dissapori. Ma dentro di lui c'è qualcosa che lo fa ripiegare su se stesso e rappresenta la prima sottile indicazione ella chiamata di Dio ad un particolare impegno, cui lo riporta l'osservazione di Ollolfa: "ma come fai a saperne tante? Che . ei monaco?" A volte una vaga domanda può prospettare una scelta di vita. Infatti comunica a sentire Dio vicino, a colloquiare con Lui e nasce spontanea la curiosità di conoscere la vita claustrale;: ma le avventure, le vicissitudini, gli incontri determinano nel suo animo momenti di entusiasmo e di scoraggiamento, di gioia e di tristezza. Conosce diverse donne: gli piace Maria Iulia che poi perde di vista; si innamora di Erimanna, vanno ad abitare in una casupola, ma un bel giorno lei fugge con un Franco. Affonda allora nella tristezza e ricomincia a riflettere: "Ahi! Che vita è questa? Monaco avrei dovuto farmi, questa è la verità". Trova ospitalità in un minuscolo cenobio pacomiano e quei buoni monaci gli consigliano di andare alla Casa Madre di Marsiglia. Ed ecco di nuovo la crisi interiore, non sa cosa fare; ma un umile cenobita interpreta ancora una volta il messaggio divino: "Luciano, tu sei troppo difficile! Ora che puoi servire Cristo giorno e notte, tu dubiti della tua fede, della tua chiamata! Ma l'Onnipotente non si dimenticherà della tua povera anima afflitta"! In realtà egli è annoiato della vita e degli uomini, ma non sa farne a meno. La descrizione di tale stato d'animo è così viva, così vera che ci rende partecipi, ci fa comprendere il travaglio spirituale di tutti coloro che sono chiamati ad una vita di consacrazione a Dio e ci sembra di migrare con lui che giunge in Italia ove già il regno dei Vandali si sta frantumando e si sa che i Bizantini hanno conquistato la Corsica e la Sardegna, Sogna ancora di rifarsi una vita semplice e di fermarsi in un luogo tranquillo: un ceto Benedetto ha fondato vicino Roma un monastero diverso dagli altri, ove si lavora, si prega e si pratica la virtù dell'obbedienza, della povertà e della carità. E' un modo di servire Dio: non un'ascesi individuale, ma una spiritualità comunitaria. Il giovane vagante è divenuto più consapevole e comunica a formulare i suoi propositi. Le lotte tra Goti e Latini infuriano e lo costringono alla fura: un crollo tremendo lo scuote ed ad un tratto un gemito lo attira dietro un cespuglio ove scopre un giovane col ventre squarciato. Il moribondo è l'ultimo messaggio che gli viene dal Cielo: col dito descrive una croce e muore invocando Dio. La sua risposta è una determinazione: vivere nel silenzio e nella preghiera. Ancora una volta Paolo Ragni ci costringe ad una riflessione: ogni vocazione matura nella propria sofferenza ed in quella di tutti gli uomini. La vita di eremita di quell'uomo ha perciò iniziato tra il fragore delle lotte fratricide, nel silenzio, nella solitudine, nella malattia; si ferma in un anfratto, segregato dal consorzio degli "esseri civili", perché solo così si può instaurare un colloquio confidenziale col Creatore e sentirsi pervaso da una pace inesauribile. Il prete eremita Erminio gli fa poi capire quanto sia importante conoscere la parola di Dio e gli consegna il Vangelo. Erminio se ne va; egli apprende poco dopo che Benedetto è morto, ma ormai non si scoraggia e trova la risposta nell'intimo di se stesso: "Devo dimostrare a me e a chiunque viene a sapere di me che Dio è sufficiente, da solo, a riempire una intera esistenza, la mia propria esistenza". E' un monito, un consiglio, un messaggio che, attraverso questo romanzo, viene lanciato agli uomini del nostro tempo, a ciascuno di noi. E' un insegnamento quanto ai efficace per fondare la nostra vita quotidiana sui valori eterni, che devono sostenerci nei momenti di scoraggiamento e di stanchezza. Luciano, infatti, incontra di nuovo Priscilla, l'aiuta e la sostiene, ma capisce che deve lottare contro l'insorgere del sentimento che aveva provato per lei e si reca dal suo Parroco, don Primo, che nell'accoglierlo così si esprime: "Gli occhi non mi dicono chi tu sia, ma il cuore parla chiaro, Luciano. Gesù Santissimo! Che gioia mi hai voluto dare nella mia tarda età!" Sopraggiungono altre tentazioni, nuove peregrinazioni; capisce di aver dilapidato trent'anni di vita, se ne dispera, la vita gli sembra "un oggetto inutile e ingombrante, un attrezzo rotto che non si può riparare". Ma la sua mente si illumina: "Dio non è mica una consolazione" e, pensando agli uomini che ha incontrato, ammette sinceramente: "non sono mica stati loro a rovinare la mia esistenza". Quante volte gli uomini cercano in Dio solo una consolazione e riversano sugli altri la responsabilità delle proprie colpe; quante volte si accorgono di essere stati troppo soli perché hanno pensato solo a se stessi. Valica le Alpi, rivede il suo paesaggio e gli sgorga dal cuore una preghiera di ringraziamento a Dio, come a Mosè quanto contemplò la terra promessa e desiderata. Si rifugia nella sua grotta, poi si rimette in cammino per il monastero benedettino ove resta fino alla morte, dedicandosi instancabilmente alla preghiera, al lavoro, all'ospitalità dei pellegrini che arrivano al Monastero laceri e affamati e prega instancabilmente per i Longobardi che vengono dal Nord. La storia di questo personaggio storico è presentata dall'autore attraverso un itinerario psicologico che ci fa scopre l'uomo Luciano in tutti noi; lo ritroviamo nei nostri sogni, nelle nostre aspirazioni, negli interrogativi angosciosi che sorgono quando i problemi dell'esistenza ci assalgono E' la storia di un'anima alla ricerca di se stessa, che aspira ad immergersi nella Verità che la farà libera. Quest'uomo calato nel Medioevo è, in realtà, l'uomo di sempre, con le sue nostalgie, i suoi rimpianti, i suoi propositi ed i suoi errori. Non è facile comporre il mosaico di passioni, sentimenti, speranze e delusioni di cui è intessuta l'esistenza, posta continuamente di fronte a scelte difficili. Le figure femminili sembrano apparentemente senza peso; eppure esse rappresentano lo scenario in cui si snodano i fatti, le occasioni di sviluppo degli avvenimenti, la spinta per il protagonista a ritrovare se stesso, l'itinerario vocazionale attraverso il quale Dio lo chiama. Gli elementi descritti sono di pura ispirazione cattolica, i pensieri non smentiscono l'atteggiamento penitenziale. L'osservatore attento di può scoprire i problemi individuali e collettivi dell'umanità. Debolezza e potenza. Gli episodi si svolgono con cadenza drammatica; sembrano piccole cose trascurabili, senza rappresentazione eroica, perché il protagonista resta uno qualunque che vive una giornata comune, pur tuttavia risulta semplice, deprimente ed insieme suggestivo. Ci fa sentire il disagio di chi ha commesso un passo falso e non riesce a concretizzare il suo errore. Ma poi ecco la prova misteriosa, impalpabile che, senza preavvisi e contorni limpidi, gli offre un soggiorno che gli permette di guardare dentro di sé senza paura. Improvvisamente ne prende coscienza, la ritiene valida perché l'ha accettata liberamente, perché ha acquistato definitivamente una sicurezza ed un coraggio inaspettati, che rappresentano l'inveramento del proprio essere. A questo punto lo stesso sentimento di amore significa,per lui, interrogarsi ed analizzarsi per scoprire la verità più forte di qualsiasi altra cosa. Di fronte ad essa si pone gli eteri problemi dell'umanità, che nascono in un mondo interiore diverso ed unico per ogni singolo ed hanno come punto focale il rapporto col Creatore, che assume contorni più dolci e pi misericordiosi. Si accorge che egli ha un compito: non quello che egli stesso sceglie, ma quello che la coscienza gli suggerisce per obbedire ad un principio superiore. Devo guardare dentro se stesso per conoscersi e modificarsi: perché l'uomo non può vivere senza una perenne fiducia in qualcosa di indistruttibile, anche se ciò gli può restare perennemente nascosto.
Candida Adesso, Silarus, 1989.
Ho ricevuto i Suoi due romanzi e desidero ringraziarLa per l'invio. Devo dirLe che li ho già letti apprezzando tanto l'abilità nella scelta delle fonti e nel trattamento d'esse quanto la scioltezza dello stile. Credo che Lei abbia notevoli doti di narratore e soprattutto una certa lodevole capacità di "sentire" i desideri, spesso celati o inespressi, del pubblico giovanile.
Giorgio Cusatelli, critico, Milano 7-2-2002
Quel che mi preme sottolineare è l'impianto narrativo del libro e la qualità dell'espressione e dello stile. Il Suo è un romanzo denso, sincopato ed estremamente originale. C'è la vita, in questo libro, osservata e riportata tramite un'operazione di attenta scansione mentale, tramite un'indagine dei sensi a tutto campo, che coinvolge il protagonista e anche il lettore. Il rapporto di coppia "che funziona come una sinfonia di Mahler", a volge sublime, a volte dissonante, è il pretesto per far sì che fuoriesca tutto un magma incandescente di occasioni, di situazioni, di impressioni. Il tutto resto in un insieme di chiaroscuri narrativi, di incisi, di frammenti che ruotano, si spezzano, si ricompongono e si intersecano proprio come avviene all'interno di un caleidoscopio. C'è l presente, ma ci sono i ricordi, i flash-back, il rapporto con i figli e quello con la politica. Il Vento in Si minore, una tonalità minore, certo, perché la narrazione ha toni particolari, è molto evocativa si ripiega su se stessa ma a volte passa alla dominante e a volta vola verso la relativa maggiore. Il Re maggiore, tonalità per definizione solare, squillante; ed ecco gli incisi, i passaggi geniali di uno scrittore che rompe le regole e cerca modi inusuali di scrittura e di espressione. Il finale, poi, aperto, articolato come un lungo poemetto, mette in risalto ancor più le Sue capacità letterarie e la Sua raffinatezza espressiva
Pierpaolo Serarcangeli, editore, 2001
Questa collana di racconti è un'antologia certo incompleta ma estremamente significativa della scrittura di Paolo Ragni alla metà degli anni Novanta. Si tratta infatti, talvolta di vere e proprie prose d'arte, talaltra di racconti inquieti di reminiscenze mitteleuropee, più spesso di racconti satirici che fanno pensare a Gogol. Nonostante tanta apparente varietà e i riferimenti che un occhio attento non ha difficoltà a trovare sparsi per le pagine di Scandisk, la raccolta possiede una unitarietà degna di rilievo. La stessa scelta dei racconti, tra le tantissime possibile, e l'ordine con cui la silloge è stata composta, fanno pensare ad un affresco che, pure se di ridotte dimensioni, ha un inquietante invadente gusto della "dimostrazione incompiuta". Ragni dà l'impressione di voler dimostrare una tesi e di far di tutto per dissimularla: l'assoluta non-poeticità dello stile e lo straniamento di situazioni spesso portate all'estremo riescono a coesistere con la leggerezza dello stile, con l'ironia, con un distacco che riesce a rendere credibile una sintesi di tragedia e ironia, di delicatezza e di rabbia furibonda. Come sia possibile tutto questo, penso che dipenda essenzialmente dal fatto che l'ironia, il sarcasmo, il dolore, la pena, lo struggimento, l'ingenuità si trovano fusi con raro senso di unitarietà, spesso nella stessa pagina, nello stesso rigo, con un sapore di disincanto che, in realtà è, come per la celebre frase di Pessoa, solo inganno, apparenza, finzione. Al riguardo, non si può non osservare come la composizione risponda ad equilibri assai originali, anche se certamente ben collaudati. L'inizio velocissimo, brevi racconti fulminei, grotteschi, ironici, amari o divertiti, dalle fini sorprendenti ed agrodolci. All'entusiasmo un po' distruttivo e lunare degli inizi (che riecheggia, probabilmente, Parise) si passa a momenti sempre più riflessivi, inquieti, dolorosi fino a quello che, forse, è il pezzo più acido e corrosivo della raccolta: Focacce. Questo racconto, nel suo genere capolavoro di grottesco e patetico, di partecipato pathos e straziante dolore, rappresenta forse meglio degli altri quella che è la corda migliore di Ragni: esprimere la sofferenza in modo ridicolo, così che ogni ombra di retorica sia assolutamente bandita dalla scena e lo spettatore rimanga solo di fronte ad un dramma troppo superiore alle proprie capacità di metabolizzarlo. La guerra, la fame, l'ingombrante presenza del Male sono rappresentate nell'assalto a un'anima candida, strampalata e sensibile come questo incredibile Tayatsumi che si consola del dolore proprio e del mondo impastando in continuazione focacce. La soluzione che troverà sarà coerente con l'incapacità di affrontare il male da una prospettiva superiore, come negli stessi anni Ragni rappresenterà, forse con minori risultati, in alcune sue poesie. La fine della collana, come in un romanzo, porta ad una fine, enigmatica ed interlocutoria quanto si vuole, ma sempre fine: Ragni torna qui a dare libero sfogo a certi suoi filoni fantastici, fiabeschi e legati al mondo dell'infanzia e dell'adolescenza, che fanno pensare, più che a Kafka, a Mahler ed al suo amore per l'età inquieta e sognante dei primi anni. In definitiva, questi racconti svolgono un percorso, più che cronologico, logico; tematico più che stilistico; se pure si avvertono distintamente i vari stili toccati dall'autore (in soli quattro anni, pochissimi quindi) si avverte diffusamente la necessità di una svolta. Sembra che il tema di ogni racconto e di tutta la collana sia proprio la svolta, il cambiamento. Quasi tutti i personaggi hanno in realtà una smania forsennata di essere altrove, di fare cose diverse, di cambiare vita. Ignoriamo dove queste tensioni trovino sviluppi in futuro, dato che Ragni ha voluto apposta scompaginare l'ordine dei racconti per seguire un proprio filone ed approdare ad una soluzione. L'happy end forse prelude ad un prossimo abbassamento dell'angoscia, ma niente ci lascia detto su come Ragni scriverà e quel che scriverà verso il Duemila.
Giovanni Salvati, critico, 1999
Romanzo non romanzo, forse troppo intelligente per essere bello, forse con troppa lucida rabbia per appassionare. Romanzo composto con infinita minuzia, mosaico di centinaia di pezzi in parte addirittura intercambiabili, excursus dottissimo sull'immaginario medievale e requisitoria implacabile contro l'apoteosi militarista del mondo contemporaneo. E' stato certo estremamente difficile coniugare la passione per imiti e la storia con la passione etica e politica del presente, ma ancor di più costruire un libro su un libro su un libro su un libro, in un infinito gioco di scatole cinesi nel quale è fin troppo facile sperdersi. Romanzo, in conclusione, da leggere tutto di un fiato proprio per sfuggire allo sbalordimento in cui Ragni, con troppo ingegno, scaraventa il lettore. La giostra di situazioni è difatti talmente veloce, i personaggi appaiono e scompaiono a decine in modo talmente vorticoso che, alla fine, il lettore meno attento ne ricava un senso di disagio che sarà difficile togliergli. E' un libro costruito a infiniti incastri, una infinita ricostruzione di un libro, di una storia, che non ha ma fine e che lascia sempre aperti nuovi inquietanti scenari. Talvolta si rimane sbalorditi di tanta maestria, talvolta indifferenti davanti ad una probabile assenza di lirismo, di reale partecipazione dell'autore. Libro sincero, senz'altro, non privo di ingegno di un calore talvolta perfino furioso: ma anche, indiscutibilmente, libro per pochi affezionati lettori, che devono amare per forza l'universo dell'immaginario medievale, le avventure mitiche della Leggenda Aurea e -in contemporanea!- la passione etica di un pacifista in rivolta contro il mondo moderno.
Franco Salutati, critico, 2004
Passata è da poco l'estate, forse addirittura la simbolica estate della vita, i ricordi s'assommano, si mischiano, si confondono e poi cominciano a dissolversi "come quando vanno via pian piano tutti i singoli pezzi di un completo che fu matrimoniale": alla fine solo pochi rimangono, i più incisivi o quelli più significanti, ma anche questi non ci rappresentano pienamente, ci vanno stretti, e, come vestiti dalle maniche corte, non si addicono più alla stagione a venire. Il verso di Paolo Ragni, in un concatenarsi di immagini, si snoda ricco di suggestioni a ricostruire immediate visioni di vita amata e vissuta: a suscitare emozioni e ricordi con una parola che nulla concede alla retorica: scarna, ma piena di significati, fino a quando il quotidiano diventa poesia.
Andrea Bolognesi, critico, Premio di Poesia Marco Tanzi 2000
Ti ammiro (diciamo t'invidio) per la capacità di analisi puntuale e chiara con cui affronti un lavoro di critica! Con questo voglio dirti che sono assai contento della recensione e te ne ringrazio di cuore. Mi piace che tu veda dell'epica nella mia poesia ("epica trimillenaria").
Franco Santamaria Lettera del 2004
Il
modo immediato tutto di un fiato mi piace.
Fulvio Arrichiello, cineasta, lettera del 2004
Caro Paolo, ringraziarti per la lettura attenta e appassionata che mi hai voluto regalare è troppo poco. Hai scavato e hai letto con una onestà intellettuale veramente rara. E con una capacità di andare dentro al testo che per me è stimolo a riflettere sulla mia scrittura in versi. Ti abbraccio
Francesco Graziano, critico e poeta, lettera del 2003
Lettera di Graziano sulle traduzioni Caro Paolo, ho letto le tue traduzioni, e mi piacciono. Mi piace il sapore. Il suono delle parole. La loro ansia. Mi sono soffermato in particolare su quelle dal latino e le ho trovate vive mentre si accompagnano o meglio mentre procedono dentro un mondo che è stato e che ma che continua a mantenere un dialogo intenso con noi , con questo nostro esserci. La traduzione tua, che affronta con umile coraggio la sfida del testo, è il risultato di un attraversamento autentico dell'uomo e del poeta moderno che sa e vuole rispettare il testo ; ma rispettandolo lo sa FARE RIVIVERE trascinandolo nell'ansia dell'oggi. Con un abbraccio
Francesco Graziano, critico e poeta, lettera del 2003
Ho letto con vivo interesse il tuo breve racconto "Certe sere" su Il Banco di lettura, n. 18. Volevo solo dirti che mi è molto piaciuto. Hai scritto o pubblicato altre cose? Cordialmente.
Giuseppe O. Longo, narratore, ordinario di teoria dell'informazione, lettera del 1999
Va da sé che i tuoi racconti mi -anzi ci- piacciono (tutto ciò che non ci va, intendo che non ci convince dal punto di vista estetico e critico noi ci permettiamo di tralascialo, anche se ciò ci ha alienato l'amicizia di qualche scrittore e di qualche critico; ma questi non hanno capito che ogni rivista che si rispetti deve avere un minimo di "linea" e di scelta critico-estetica.). Ci piace, voglio dire, la tua scrittura, che è fondamentalmente una scrittura poetica, pur nella sua "evasività" (e intanto certa "leggerezza, certa levità della materia); essa ha sempre modi lirici e sempre una tensione interiore che capita l'attenzione e il cuore del lettore.
Tino Sangiglio, critico, poeta e traduttore, lettera del 1998
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| Intervista del critico e scrittore Jorge Mangas Peņa: Studio sulla creazione letteraria [leggi] | ||||||||||||||||
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