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| I TEMPI IN CUI MONTAVAMO LE BOMBOLE
DEL GAS Di Paolo Ragni "Ci fu un tempo, cara mia, in cui tutti montavamo le bombole del gas. Tutti - si fa per dire: i ricchi non montavano proprio nulla, loro hanno sempre viaggiato sui macchinoni blu, grigi, col telefono, il fax e il frigobar con la Sprite. Facevano un grande fumo. Voglio dire ... noi, noialtri". "Quando fu, nonno?" Il mio amico rispose: "Non eri ancora nata, piccina mia, i tuoi riccioli, la tua fossettina sul mento erano ancora in Cielo!" "E tu nonno non bevevi la Sprite?" "Eh ... no. Erano i tempi ... i tempi in cui chi comandava pensava solo ad arricchirsi sempre più. Fu quando il Governo operava ai limiti della Costituzione ..." "Cosa vuol dire: 'operava ai limiti della costituzione'? vuoi dire che non era di buona costituzione?" "Vuol dire che faceva leggi che non stavano scritte da nessuna parte, erano tutto il contrario di quelle di prima. Facevano così perché non si capisse più nulla. Le leggi buone ancora c'erano, sì, ma nessuno di chi comandava le rispettava più. Cioè, le leggi ne faceva tante, chi governava, ma le faceva perché le ubbidissero soltanto gli altri. Hai capito?" "Mmmm ... insomma, un po'. Io credevo che si governassero soltanto le galline. Ma continua: mi interessano di più le bombole del gas". "A quei tempi, gli impiegati venivano tutti licenziati, da qualunque parte si trovassero: le fabbriche, il pubblico impiego ... non c'era più posto nel quale si potessero salvare. Venivano rimandati tutti a casa". "E non erano contenti di tornare a casa? io sono contenta quando sto a casa con i nonni". "No, perché non tornavano mica a casa per mangiare! tornavano per guardare la tavola vuota, appoggiavano il gomito sulla tovaglia - e pensavano. I frigoriferi muffivano, c'era puzzo di stantio, ci cresceva il muschio sulle guarnizioni. Gli impiegati erano come le formiche ... sciamavano dove trovavano un po' da mangiare. La gente saltava su con le idee più strane. Qualcuno diceva: c'è da mettere su una società di servizi. E dài tutti a perdere il cervello con una agenzia di assicurazione, una società finanziaria o una stupidaggine simile; poi interveniva qualcun altro che diceva che l'intermediazione informatica era la cosa migliore - e là finivano tutti gli impiegati. Mica nessuno aveva voglia di lavorare con le braccia, nessuno utilizzava il cervello: prima o poi si riducevano tutti alla fame." "Capisci, angelo bello" intervenne il mio amico "I ricchi, abbronzati, snelli e sorridenti, giocavano con loro come il gatto col topo: una zampata: e gnaff!" "Io non ho capito bene, dite tante parole difficili: ma chi faceva l'operaio? Chi avvitava i bulloni?" La domanda era difficile, così rispose il mio amico: "E' questo il punto: non c'era più nessuno! I bulloni si avvitavano da sé. Anche i lombrichi si avvitano da sé sotto i cavoli. Anche in Argentina, quando sta per piovere, si aprono gli ombrelli automatici". "Così" spiegai l'idea "gli sfollati mettevano su queste società strambe e poi andavano tutte a gambe ritte. E così diventavamo poveri. I migliori e più intelligenti dei poveri correvano allora a mettere le bombole del gas ..." "Ma che cos'erano di preciso queste bombole del gas?" "A quei tempi il governo aveva deciso di impoverire ancora di più i poveri: aveva inventato la maniera di arricchirsi ancor più alle loro spalle. Questo lo hai capito, vero?" "Ho capito che sgranocchiavano tutto il giorno patatine fritte ..." "I ricchi avevano le macchine sempre più rumorose, facevano un terribile brumbrum. Per ordinare gli antipasti si servivano del modem. Era tutto in questa maniera, funzionava così. E i poveri non ambivano ad altro che diventare come i ricchi. Ma poi c'erano anche quelli che invece viaggiavano a gas..." "Ancora non ho capito però, nonno ... vuoi dire che li sorpassavano tutti?" "Vedi, il gas ... tu credi che sia un modo per far viaggiare le macchine ... tu credi che sia una bombola ... e invece no. I poveri con il cervello rimuginavano sempre come fare a muoversi: il lavoro, a quei tempi, non si trovava sotto casa, bisognava fare tanti chilometri per arrivare ad annusare odore di minestra: magari sentivi dire che a dodici uscite di autostrada c'era qualcuno che aveva da offrirti un lavoro, e allora prendevi la macchina e correvi più svelto che potevi, per paura che qualcuno ti soffiasse il posto. Anche in Argentina è sempre successo così. E allora come facevi a correrein quel posto, se non avevi il gas?" "Come Zorro: lo prendevi ai ricchi!" "Eh, se fosse tutto così facile! Ai poveri è così complicato riprendersi il loro ... ecco: è appunto qui che qui interviene il gas. Una impresa mandava a casa cento persone. Se tra queste c'era qualcuno animoso, ecco allora pensava al gas". "Erano tutte persone con i vasi da fiore in casa ... bambini piccini, pupazzi, albummini ... secchielli e palette sotto l'ombrellone ..." "Insomma erano famiglie normali, però non avevano più il lavoro. Allora si erano passata la voce che c'era questo gas. Le macchine così potevano andare a gas. Il gas a quei tempi costava molto meno, il Governo lo disprezzava, voleva fumare. Però era difficile da trovarsi. Il Governo, ti ho già detto, operava fuori dalle leggi, e le leggi che faceva, che erano tante, erano tutte per gli altri. Così chi governava si faceva la benzina da sé, con le proprie mani, mentre il gas lo faceva fare a noialtri. Ma guai se il Governo sapeva di questo gas! Ci avrebbe mandati tutti in prigione". "Ma in prigione vi potevate riposare! a lavorare sempre a fare tutto quel gas!" "Bambina, i ricchi fanno sempre lavorare noialtri, e in prigione ci fanno lavorare anche meglio. Ma questo te lo racconto dopo. Va bene?" "Sì, va bene ... io però credevo che in prigione uno avesse tutto il tempo per dormire". "No, chi dormiva stava fuori, era libero - o credeva di essere libero. in prigione mandavano i poveri. Pensa tu: uno di noi era povero, ma così povero, che per farsi dare un po' da mangiare si era legato su una ciminiera: così per aria lo avrebbero visto tutti. Era disperato. I ricchi gli passavano sotto e ridacchiavano tra loro facendo le pernacchie sui 900 Mhz. A me sembrava Gesù sulla croce. Quando poi, se poi, si accorgevano di lui, gli chiedevano cosa aspettasse, che la fabbrica riaprisse, così sarebbe diventato un wurstel. Io, queste cose, ai Novecento Megahertz, non gliele ho mai perdonate". "Perché non gliele hai mai perdonate? Io perdono sempre a tutti, anche a quelli cattivi che fanno la guerra". "Io perdono sempre quello che fanno a me. Ma per gli altri come faccio a perdonare? che diritto ne ho io, mondo cane! dico bene o no?" "Non capisco, nonno ... cosa sono quei megazeri? quella gente cattiva che è un superzero?" "Non ti preoccupare. Ascoltami. quando montavamo il gas, venivano quelli della Motorizzazione: avevano le torce, di quelle, sai, che si accendevano da sé. Come in Argentina. Venivano la notte: anche loro, sai, erano diventati poveri, poverissimi, se non si arrangiavano a guardarci le bombole, non avrebbero nemmeno avuto di che comprarsi le arance morelline". "D'inverno, nei giardini pubblici" spiegò il mio amico "guardavamo gli alberi di aranci ... la notte vi salivamo sopra, succhiavamo - guardavamo le stelle ... sai, le arance sono sempre buone, anche le buccione, anche quelle degli alberi dei viali! Sanno di marmellata, calde come sono!" "C'era tanto smog, c'erano nuvole di fumo altissime in città: un giorno, da un palazzone vedemmo alzarsi una nuvola di fumo che investì tutta la città: dopo poche ore, anche le colline intorno erano offuscate dal fumo. Fumo dappertutto. Anche per questo decidemmo di mettere il gas". A quel punto intervenne di nuovo il mio vecchio amico: "Oh, il gassssss ... il gassssss! avevano spostato tutti i distributori lontano, nelle estreme periferie, lontanisssssimo ... giusto perché noi poveracci sudassimo sangue a farci rifornimento. Tu pensa, bambina, anche le cartine con indicati i distributori erano state fatte scomparire. Una notte la polizia andò al Deposito delle Carte, forzò la porta del magazzino (era latta, si apriva come una scatoletta) e trovò tutte quelle carte: erano belle, piantine in bianco e nero ed a colori, perfino coi disegnini delle città. Mi ricordo ancora tutte le torri, i campanili e le barchette sui laghi: quelle sì che erano piantine! e le strade - le strade erano tutte disegnate, di verde, di azzurro, di nero, a seconda del grado di inquinamento: la strada più bella era quella coi colori dell'arcobaleno, la strada della fratellanza, così l'avevamo chiamata". "Finì in questo modo: bruciarono tutte le piantine, e poi, felici, scrissero sul magazzino, con una verniciaccia nera 'GAS ESAURITO'. Così si infransero i nostri sogni". Tacemmo tutti. Ripresi il discorso: "Conobbi un uomo che si era impoverito fino all'inverosimile pur di mettersi la bombola del gas: lui era andato a lavorare tra le montagne. C'erano le capre, e un fazzoletto di terra esposto al sole. Era stato per trentacinque anni un impiegato, poi l'avevano mandato via, uscì l'ultima volta dall'ufficio con la sua valigetta, ci teneva ancora biro, righello e una merendina confezionata: non ce l'aveva fatta proprio a mandarla giù, era un sabato alle due. La fame arrivò anche a lui, e poi la malattia. Gli venne male al cuore, lo portarono all'ospedale, una suora! lo salvò, perché a quei tempi ci facevano pagare medicine ed ospedali. E così - aveva una misera pensione ..." "E non ci stava bene? Era sudicia? lontana dal mare?" chiese la bimba. "No. E' un'altra cosa. E' la vita quando uno diventa vecchio e sogna di stare meglio, va via da lavoro, e poi si trova alla fame. Così successe a questo amico: lavorava nei campi, guidava il trattore, il camion, aveva anche preso la patente per guidare un autotreno, sai quelli che non finiscono più, da quanto sono lunghi; di nascosto partiva, non aveva la licenza per il trasporto delle merci, e viaggiava: attraversava le montagne, il confine con la Slovenia, si avventurava là dove infuriava la guerra. Tutto perché aveva due figlioli, e in qualche modo doveva pure dare loro qualcosa da mangiare! mica perché diventassero avvocati! soltanto per mangiare, dico!" "E non poteva mangiare in pensione?!" "Non hai capito. Insomma, ti dicevo, bambina mia: una sera venne con la bombola del gas: gliela avevano appena collaudata. Per ottenere il collaudo aveva dovuto allungare un bottiglione intero d'olio, di quello buono, l'aveva fatto lui stesso in un campo dove era andato a lavorare tutto l'anno". "Quant'è buono l'olio fresco, verde verde!" confermò il mio amico "Ci inzuppavamo il pane appena uscito dal forno! era la nostra merenda preferita, col sale, il peperoncino rosso e le finestre spalancate! si sentiva la brezza marina!" "Ecco, appena gli hanno controllato la bombola, arrivano subito i poliziotti, quelli arrabbiatissimi della Milizia stradale: lui prende e scappa subito, ha il gas, non ha paura di nulla, viaggia a tutto gas, la polizia cerca di inseguirlo, ma sai, contro il gas c'è poco da fare, il gas non è mica aria. Si inscena una terribile sarabanda notturna ..." "Cosa è una terribile sarabanda notturna?" "E' quando uno scappa e l'altro cerca di acchiapparlo! Una corsa indiavolata! Di notte! Capito?" "Sì". "Ecco: il mio amico è solo, i poliziotti sono tanti, si chiamano con le radio! Alla fine, braccato sempre più da vicino, si getta con la macchina in un cespuglio. La polizia cerca cerca ma non lo trova: intanto si sente odore di gas, la bombola ha preso un brutto colpo". "Si spandono sublimi effluvi, bambina mia ..." "Insomma, il mio amico deve tornare dal gasista. E lo sai chi ti ritrova? gli stessi poliziotti intenti a fare una perquisizione! Lo riconoscono subito!" "E lo spogliano tutto? Gli fanno pizzicorino?" "E allora regala anche a loro un bel bottiglione d'olio, di quello pizzichino, e da quel giorno ogni anno è la solita storia, è costretto a regalargliene un altro, sennò loro vengono, gli portano via il gas e ai suoi bambini tagliano tutti i capelli. Per spregio, sai ..." Intervenne di nuovo il mio compagno: "Avevamo messo su una rete di amici: lanciavamo sotterranei messaggi cifrati sui giornalini dell'usato. Tutto per cercare questo gas. Qualche volta erano gli stessi gasisti che mettevano annunci in codice, per comunicare che avevano riaperto di nascosto una pompa: erano semi gettati al vento. Tante volte mettevano su una pompa in mezzo al bosco, dove si arrivava soltanto alla fine di una lunga strada sterrata". Ripresi la parola: "Una sera, pioveva come Dio la mandava, per andare a prendere questo gas mi capitò di farmi trainare da una camionetta militare, di quelle che l'esercito dava via perché troppo vecchie, spuntavano mitragliatrici da tutti i finestrini. Come mi ricordo di quei momenti!" "Capisco. Ti sembrava di essere in un telefilm". "Era una notte di luna piena, faceva un freddo terribile. I miei bambini avevano sempre fame, andavano a letto alle sei per non sentirla, tua nonna aveva tanta paura, si domandava se sarei arrivato prima di mezzanotte. Quella notte mi ero portato dietro un panino con un po' di ricotta: c'era un pastore contestatore, vendeva la ricotta di nascosto. Anche la ricotta veniva sequestrata dal Governo: il Governo era ghiottissimo di ricotta, come di tutti i latticini, frullava tutto il latte che scovava e lo conservava per sé. Quello che non riusciva ad ingoiare lo rivendeva al mercato nero. Oh, era una banda terribile di ladri! Erano banditi affamatissimi: raschiavano sempre il fondo dei secchi. Alla fine portavano via anche i secchi. Se eri ricco, allora sì che potevi spassartela, ma noialtri! un panino con la ricotta costava quanto un litro di gas, e tu capisci, bambina mia, che cosa ti voglio dire!!!" "Ma il gas non è mica latte, che si misura a litri". "E invece sì! vanno a litri tutti e due". "Ma come? Puoi mettere il latte nelle macchine?" "No. Tutti e due si misurano a litri. Nei bottiglioni". "Capisco: nella stessa bottiglia non ci stavano tutti e due". "Brava. Hai capito!" "E sennò il latte prendeva sapore di gas. Vero?" "Brava. Hai capito tutto. O mangiavi il panino o avevi il litro di gas ... non si potevano avere tutte e due le cose insieme! Pensa, quella sera conobbi un uomo che come me andava a fare il rifornimento di nascosto: lui mangiava dentro una cabina del telefono, perché non poteva permettersi di più: aveva mandato la sua famiglia lontano, al sud, dove la vita costava di meno: è vero, anche gli operai erano pagati di meno al sud, ma lui rimetteva tutti i soldi che gli avanzavano con la posta, li mandava giù, al paese della moglie: la povera donna doveva accontentare con una manciata di fave il postino del paese, perché sennò non poteva riscuotere il vaglia, però era sempre una discreta sommetta. E insomma, lui mangiava dentro una vecchia cabina del telefono, il telefono non c'era più (c'era però una gran quantità di disegnini) così aveva più spazio, e per fortuna che era una di quelle cabine tutte chiuse di sotto, non ci passava niente vento. E sai, in montagna, il vento è freddo, d'inverno, la notte!" "E cosa disegnava? E come faceva coi pennarelli?" "La malinconia di quest'uomo che viveva nella cabina del telefono era così atroce che per farsi compagnia batteva sui vetri della cabina il cucchiaio o faceva tintin con la ciotola. La notte, quando noi ci svegliavamo, sentivamo questo sordo ticchettio, pensavamo a lui e ci consolavamo un poco." "Il tintin" intervenne il mio amico "era un carillon magico, era insieme lo Schiaccianoci e il Re del topi!" Ripresi la parola: "Lui amava il gas. Aveva capito che il gas non è un combustibile o un'alimentazione per la macchina, il gas...è un modo di stare, di pensare, di vivere ... il gas ... è una memoria, una memoria ... a quei tempi era stato proibito avere una memoria ... e noialtri dovevamo pensare cosa mangiare l'indomani. Il Governo ci aveva levato la memoria. Aveva riscritto tutti i libri di storia. Come faceva una legge al giorno, così faceva un libro di storia nuovo al giorno. Addirittura obbligava tutti a comprare i suoi libri di questa storia. Era sempre questa storia. Chi non li comprava doveva noleggiarsi una televisione stereofonica a colori, e poi pagare l'allacciamento alla televisione di Stato. Doveva addirittura dichiararla nella denuncia dei redditi. Venivano emissari del Governo a chiederti se avevi guardato una certa trasmissione oppure no. Io non ci capivo più nulla in tutte queste cose, io la storia la conoscevo come la abbiamo sempre conosciuta tutti, coi buoni e i cattivi, oppure con tutti cattivi. Lì invece era tutto riscritto, si dicevano cose che non s'erano mai viste o udite, io credevo di essere ammattito- non ci capivo più nulla, la cosa peggiore era che prendevano il tuo babbo e lo portavano a guardare la televisione, perché gli bevesse per intero il cervello. E poi ci obbligavano a spendere un mare di soldi a vuoto, per le stupidaggini di questa storia che il Governo ci faceva comprare per forza. E a noi mancava sempre qualche lira per gonfiarci di gas!" "Il gas" spiegò l'amico "gonfiava i palloncini dei bambini, li colorava tutti ..." "Il gas era la nostra unica speranza. Grazie a lui ci intenerivamo, ci distendevamo nel bagagliaio, sopra la bombola, ci faceva caldo, la sua presenza sotto la schiena era un'amicizia, la bombola era un caldo polmone, respirava, caloroso, trepido affettuoso, era un gatto acciambellato, morbido, faceva le fusa. Mettevamo in specie i bambini sopra la bombola: era un cuscino sereno, era un ciuccio! si addormentavano felici. Sognavano gli angeli, sorridevano e sognavano!" "Oh, Dio, quanto soffrivamo per il gas!" intervenne ancora il mio amico. "Mi torna alla mente quella volta in cui, impazziti dal dolore, portammo un camioncione intero pieno di bombole nella piazza del Governo. Non c'era alcun motivo a quel che facevamo, era una dimostrazione e basta. Non so ancora come fu possibile. Trovammo una ventina di posti di blocco, e tutti ci fecero passare, per disperazione regalavamo sigarette, caramelle. Arrivammo nella piazza, prendemmo le nostre bombole e le disseminammo per terra. Dal Palazzo ci guardavano con assoluta tranquillità: ci potevano mandare da un momento all'altro davanti al plotone di esecuzione. Quel giorno però andò tutto bene: ci eravamo messi il vestito della festa, scaricammo lentamente tutte le nostre bombole, e poi ce ne andammo via: la piazza rimase ingombra di bombole. Le bombole gorgogliavano liberamente ... dopo una mezz'ora, cominciarono a passare le Autoblu, e così tutti si sorprendevano di quello scempio che avevamo combinato, però nessuno diceva niente, perché sotto sotto erano convinti che dentro ci fosse qualche cosa di grande valore: un'Autoblu si mise perfino a scuotere una bombola, era convinto che tintinnasse, fosse piena d'oro, di metalli preziosi. Poi, invece, il caso volle: insomma, passa un'altra Autoblu di corsa, prende e sbatte contro le bombole. Una scoppia e schizza gas dappertutto: macchia i vetri, spruzza verde, celeste, rosso sulla gente, c'è chi si dispera, chi fa festa, chi va all'Ospedale Oftalmico perché i suoi occhi non possono sopportare tanta varietà di odori, di colori". "Dio mio" intervenne il mio amico "Per quella giornata alcuni di noi dovettero passare le notti in galera: però riuscivamo a scaldarci coi nostri fornellini. Alcune guardie però furono cattive con noi, ci rubavano i santini dalle giacche per infilarli nelle slot machines." "Erano bei tempi quelli, quando, tutti rannicchiati nel camerone, la sera, dopo una giornata di duro lavoro, ci raccontavamo le nostre storie di gas. Una notte non ci riusciva prendere sonno, in una camerata eravamo stati messi tutti noi che pensavamo al gas. Quella volta a qualcuno saltò in mente l'idea di fuggire, fuggire via, dalla prigione, dalla nostra patria, di scappare con tutto il gas che fosse stato possibile: ormai era chiaro, per noi non c'era più posto, neanche in Argentina ci sarebbe stato. L'idea ci entusiasmò, avevamo però paura che qualcuno di noi cantasse, così poi in prigione saremmo restati chissà quanti anni, a quei tempi c'era l'abitudine che uno in prigione ci andava, e poi non ne usciva più: ma poi c'era anche un'altra razza di persone, quelle che entravano ed uscivano subito, ed erano i peggiori delinquenti d'Europa. E infine c'erano quelli che non entravano mai. Però l'idea della fuga con il gas ci dette a tutti la speranza, così il tempo passava più velocemente, ci alzavamo, anche a piena notte, e guardavamo fuori, la luna, le strade ... il nostro carcere era stato messo in mezzo ad una sterminata pianura, non si vedeva altro che una autostrada infinita, e tutti gli armadi-camion che vi passavano: poco più là c'era l'aeroporto, noi lo sapevamo perché sopra le nostre teste rombavano gli aerei, però in tutto il tempo in cui restammo in prigione non ne riuscimmo a vedere nemmeno uno: le prospettive, in carcere, sono così". "La cosa che più ci dispiaceva era che nessuno ci vedeva, nessuno conosceva il nostro dolore. Certo, non potevano neanche immaginare il calore del nostro gas, il colore del nostro gas!" "Proprio così: è vero, fuori dal carcere altri gasisti certamente impiantavano nuove pompe, altri coraggiosi riempivano le loro bombole, altri ancora, forse corrotti o mossi dal denaro e dalla ricotta, controllavano e ispezionavano i serbatoi; tutti noi, dagli ingegneri ai camionisti, eravamo legati da questa sublime complicità. Sono convinto che certe cose non si possano mai più dimenticare. No, non le scorderò mai, non scorderò, non scorderò mai, mai, mai, no, mai". "Non le scorderò neanche io, una stretta di mano dopo un'installazione ci incendiava tutti". "L'esilio fu il nostro unico sogno, per mesi e mesi. Anche da liberi, non riuscivamo a darci pace della nostra vita, dello stato delle cose. Fuori, a vedere le cose con gli occhi del telegiornale, le cose erano tutte immutate: la gente si fermava davanti ai negozi, alle uscite delle chiese, si infilava dentro i bar: tutte le solite cose. Era un'invasione di cose, cose e ancora cose. Ma erano giusto solo quei pochi che ancora potevano uscire a comprare le cose e fare vedere le cose. L'angoscia era per quelli che non si vedevano, che erano senza le cose e non avevano neanche il gas per speranza. Così a loro succedeva quello che era accaduto anche a noi: la gente crede sempre che stiamo bene, perché ci vede, ma quando non ci vede? non sa che si sta anche in un carcere, che non si esce, magari si è in casa propria o imprigionati dentro una cabina del telefono o appesi ad una ciminiera. Questa era la mia angoscia. Un'altra volta, per essere più sicuro, mi murai vivo dentro una stanzino e cominciai a fare volantini. Nessuno si accorse di me, avevo preso con me anche un gatto, lui mangiava a quattro palmenti ed io no, il gatto però si annoiava terribilmente, diventava grasso e vizzo insieme: il pelo ingialliva, gli occhi pure, puzzava di sedano rapa. Un bel giorno fece miauuu e scappò da un pertugio, Dio mio gli spifferi di quel pertugio! io allora rimasi da solo ad aspettare che qualcuno si accorgesse di me. Smisi anche di bere, di dormire, pensavo al gas ed ai nostri diritti: ma il Governo aveva deciso che era meglio lasciarmi morire per silenzio, per inedia, e così mi toccò rismurare tutto ed uscire di là, ero nudo come mamma m'aveva fatto, però triste e macilento, e nessuno si era accorto di me, questo mi angosciava, stare lì, quei pochi che si ricordano di te ti credono felice -mi domandavo che fine avessero fatto i nostri amici, quelli che la sera si riunivano all'aperto, quando faceva freddo". "Oh, sì, era bello, accendevamo le nostre pipe e fumavamo accanto ai copertoni!" "Non potrò mai scordare quella volta in cui per sbaglio presi una bombola del gas per un copertone, a quei tempi le bombole a ciambella andavano per la maggiore: le mettevi e non le vedeva nessuno, nascoste com'erano dentro i bagagliai, sotto le coperte a plaid, mica le bombole a missile, grosse che chiunque te le poteva spiare". "Oh, le bombole a ciambella! sembravano le frittelline della nostra infanzia! Con il polistirolo, bianco e allegro, era come se avessero lo zucchero cosparso sopra!" "Insomma, al buio era facile confonderle, io poi ci ho sempre visto poco e non avevo più i soldi per rifarmi gli occhiali. Dalla rabbia che avevo in corpo detti un calcio ad una bombola, ed io che invece credevo fosse un copertone. Si misero tutti a ridere, però mi slogai una caviglia, mi occorse una settimana prima che potessi ricominciare a guidare il mio motocarro argentino. Però la lezione mi servì, perché, quando tutti capirono che non potevo più pigiare il pedale dell'acceleratore, ecco, una competizione di solidarietà si aprì fra noi, tutti facevano a gara ad aiutarmi a trasportare le pere ed i cavoli da un paese all'altro". "Oh, com'era bello ... tutti quei cavoli! il cavolo nero, con quelle foglione lunghe e scure ... la verza, il crauto, il cavolo cappuccio, il cavolo fiore, e poi quello viola come i paramenti della Quaresima!" "Talvolta, però la tristezza si infilava fin dentro le ossa, ci penetrava nel cervello, che tristezza, Dio mio, per tirarci un poco su mettevamo dentro le nostre pipe un po' d'erba cipollina". "Oh, quella sera che fumavamo le pipe!" "Ricordi?" "Oh, se ricordo! Aspettavamo quel momento per tutta la settimana! era il nostro sabato del villaggio!" "Talvolta la pipa aveva però un sapore amaro: puzzava di Cocacola o sedano rapa, come il mio amico gatto". "Quando eravamo felici, sognavamo invece sterminati campi di gas, le bombole crescevano rigogliose tra i tulipani, le contadine portavano le brocche e le ceste di vimini sulla testa ..." Rimanemmo in silenzio, noialtri vecchi, assorti. "Piccina, piccina, dormi?" "Sì, dormo, nonno, ho sonno. La storia è troppo lunga ...! e poi ci capisco poco". "Oh, piccina, hai ragione tu! scusami! ringrazia Dio che non hai vissuto i tempi prima del diluvio! Quando la salute era tutto, e l'amore l'unica cosa da salvare in una famiglia! Tu non sai, amore mio, quante volte quel Governo ci ha fatti litigare, nonna ed io, perché non avevamo più niente per andare avanti! Ci accapigliavamo per la coperta da mettere nel letto, purtroppo non ci copriva tutti e due". "Noialtri dormivamo con i doposcì. Li avevamo colorati di rosso perché ci facessero più caldo". "Ma ci consolava il fatto che c'era gente che certo stava peggio di noi, e che forse si lamentava meno di noi. Ma dopo a ripensarci non ci consolava più, anzi, piangevamo e piangevamo, ci pizzicavano gli occhi da quanto erano salate le nostre lacrime, rigavano i fazzoletti di giallo. Io non posso perdonare il male fatto a loro, non lo posso perdonare, l'ho già detto all'inizio, no non posso. Avrei dato tutto il gas del mondo per aiutare i più poveracci tra noi, non era giusto che le cose andassero così, non era giusto, no davvero, no, no, non era giusto, no, no davvero, no, no, no, no, no!" "Grazie a Dio li abbiamo buttati fuori ..." sospirò il mio amico. "Ah, li buttaste fuori?" domandò la bambina appena ridestatasi. "Sì. Te lo spiego io" dissi "Eravamo esasperati. Stanchissimi. Ma avevamo sempre le bombole del gas: in spalla, sopra le biciclette, nelle cantine, sui tetti delle stazioni ferroviarie. Un bel giorno sentimmo che era giunto il momento di cambiare aria: ci voleva una ventata di aria nuova, ci voleva il gas, a tutti i costi. Chi ci governava era talmente pieno di sé che credeva di poterci ancora governare per trecentouno anni, così, impunemente: loro hanno la televisione. Insomma chiamammo gli Angeli. Non fui soltanto io a chiamarli, tutto il popolo del gas li reclamava a gran voce. Ci raccogliemmo allo stadio ed invocammo gli Angeli. Noi eravamo furibondi, piangevamo dalla commozione, saremmo morti piuttosto di cedere. Avevamo appena saputo che i governanti avrebbero preso tutto il gas che avrebbero trovato e lo avrebbero segregato sottoterra: così non cresceva più, non gorgogliava più, non cantava più, non rincuorava più. Tentammo il tutto per tutto". "E gli Angeli vennero! Erano bianchi, celesti, viola, azzurri, di tutti i colori - in pieno inverno portarono profumo di rose, di viole, di iris! La città intera fu invasa dagli angeli, per aria, invece del solito smog e dei soliti manifesti con tutte quelle ragazze apparvero gli Angeli. Saranno stati almeno diecimila, sembravano rondini, o colombe, o arcobaleni. Gli Angeli accorsero subito ai depositi del gas! Oh, quanto sono belli gli Angeli! cantavano perfino, la Nona e Wish you were here, e suonavano, non so di dove tiravano fuori quegli accordi, erano organi, clavicembali, violini elettronici, e una infinità di sassofoni soprano, di oboi! Atterrarono allo stadio, presero posto tra le gradinate! pensavamo entusiasti che adesso non si era più rinchiusi dentro uno stadio, anche in Argentina avrebbero fatto il tifo per noi: non ci fu motivo di spiegare agli Angeli dove erano le bombole. Sapevano tutto! ogni angolino tra la sterpaglia dove proliferava il gas!" "Gli Angeli corsero in ogni posto della città dove era una bombola!" ripresi deciso "Bisognava fare vedere a tutti chi eravamo!" "Non capisco ..." domandò la bimbina "cosa faceste? la viroluzione?" "La rivoluzione! Certo, sì!" assentii schioccando le mani. "Successe così" riprese il mio amico "Gli Angeli presero le bombole, se le misero in spalla e le piazzarono nei punti strategici della città: profumavano come gli stessi Angeli, il gas olezzava come un campo di tulipani, era incenso alla rosa, spandeva soavi odori lungo i viali di circonvallazione, per l'area industriale, intorno all'areoporto ... il gas sospingeva via i prepotenti, li terrorizzava, era come l'aglio per le streghe!" Intervenni io di nuovo: "Noi all'inizio stavamo rintanati dietro le bombole, erano una trincea meravigliosa, nessun altro si azzardava ad avvicinarsi! Eravamo terribili a vedersi". "Poi cominciammo ad avanzare: rotolavamo le bombole davanti a noi, anche i bambini ci aiutavano, rotolavamo e rotolavamo, le bombole mano mano che si avvicinavano al Palazzo crescevano e crescevano, protestavano, gorgogliavano, si arrabbiavano, cantavano, squittivano anche! Eppure erano sempre più leggere, si capiva lontano un miglio che non erano piene d'aria! La città si rianimò in un batter d'occhio, in un'accensione di gas! nei giardini i pensionati passeggiavano con il loro gas sottobraccio, dalle scuole i bambini coi grembiulini bianchi o neri correvano tenendo nello zaino una bomboletta! le massaie gironzolavano per i mercati, felici e sicure del gas che sorrideva nella sporta della spesa! dalle chiese i fedeli sciamavano agitando ramoscelli d'ulivo e manometri luccicanti! gli Angeli, oh sì! pensavano a tutti, a tutti, non lasciavano nessuno senza il suo gas!" "Il Palazzo fu circondato, assediato" incalzai "gli effluvi del gas salivano alle finestre dei ladri, loro per stizza le tenevano chiuse, se avessero sentito il gas una sola volta, sarebbero schiattati di rabbia!" "Come la matrigna di Biancaneve!" intervenne il mio compagno per tenere ancora desta la mia nipotina. "Ben detto! Ben gli sta!" confermai. "Quando entrammo nel Palazzo" riprese il mio vecchio amico "il gas s'era già infilato negli interstizi delle mattonelle, li lavava tutti dal marciume, le scope e gli spazzoloni odoravano di lavanda, dai rubinetti zampillava acqua rosa e celeste, sulle squallide panche delle sale d'attesa spuntavano margheritine e tenerissime camomille. Il delicato rosmarino fioriva tra i floppy disk dove erano archiviati i nomi di noi del gas, sugli indiscreti maligni tubi al neon si inanellavano allegre ghirlande di roselline timide. I tremuli grilli frinivano dentro le casseforti spalancate, le lucciole disegnavano, tra le statuine di diavoli, ministri e finanzieri, ghirigori meravigliosi, arcobaleni intermittenti!" "Ghirigori meravigliosi ... arcobaleni intermittenti ..." ripeté la bambina socchiudendo gli occhi. Sorrideva come i bimbi appena nati quando vedono gli Angeli. | |
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