Leggenda per Ognissanti – Romanzo di Paolo Ragni

C’è una santità di umili e di anonimi che certamente costituisce il più ricco patrimonio della Chiesa e della società”. Con queste parole pronunciate nell’occasione del centenario della canonizzazione dei sette santi fondatori dei Servi di Maria, il poeta e padre David Maria Turoldo sembra quasi volerci ricordare che la santità non è soltanto un privilegio di pochi ma più e deve riguardare come meta finale tutti i credenti.

La santità è un’acquisizione graduale e sofferta prima ancora di diventare un destino, un superamento progressivo delle alterne ed inconciliabili vicissitudini di una vita ancora troppo biologica per essere liberata completamente dalla grazia divina, nascosta ma ugualmente presente durante tutta l’esistenza di un uomo.

L’errore invece in cui ci capita di incorrere spesso è quello di crede gli eroi della fede come i geni dell’arte completamente scissi dalla vita comune e reale, quasi fossero i navigatori più arditi che varcarono una volta per tute quelle colonne improbabili al limite della terra, senza poterne indicare ad altri la strada.

Da questo punto di vista è facile capire come le nostre “auctoritates”, tanto ammirate ed universalmente riconosciute quanto poco amate ed imitate, possano rimanere in fondo silenziosamente raccolte e troppo fuori moda per il mondo in autentico dell’intimismo e del disimpegno.

E certo la santità non è cosa facile da perseguire, come ci dimostra anche il racconto di Paolo Ragni: contrariamente a quanto si pensa, infatti, la conversione non basta una sola volta nella vita a redimere.

Luciano, l’univo vero personaggio del romanzo, ritrova o per meglio dire incontra la sua vocazione ripetutamente negli anni e con altrettanta facilità la perde nelle numerose tappe che trapuntano quella sua vita avventurosa con la quale anche nella solitudine estrema si sente ancora fortemente implicato.

Egli diventa occasionale viaggiatore del mondo così come lo diventa della propria anima, guidato a tratti unicamente dalla curiosità o dallo sdegno, dall’inquietudine o dal ricordo di un affetto; Luciano non segue una direzione precisa, ma si butta a capofitto nella vita con lo tesso impeto e la stessa determinazione di un giovane per il quale ogni decisione sembra essere quella definitiva. Soltanto alla fine si rende conto di non aver mai veramente vissuto, quando ripercorrendo tutta la propria storia nella memoria, riesce a conoscerla e a superarla; finalmente, l’uccello rompe il guscio dell’io e solo adesso può abbandonare la sua veste con serenità per accettare la solitudine anonima e la pace del chiostro dove non importa da quale nome venga il bene; l’importante è contribuire a costruirlo.

Margherite Yourcenar ricorda in un’interviste le parole di Léon Bloy: “C’è una sola sventura, quella di non essere santi”; e continua “La parola ci incute timore ma abbiamo torto”.

Difficile da credere, ma è così: non c’è niente che ci incute pi timore della parola santo o della parola genio, e questo accade forse perché non siamo predisposti nell’attenzione verso la maturazione di una biografia, verso una coscienza costantemente tesa al proprio miglioramento.

Da questo punto di vista anche i Vangeli diventano troppo aridi e stringati se considerati come proposta di quel modello che il cristiano si trova a dover rinnovare ogni giorno nella sua vita reale. L’exemplum ha il suo valore nella capacità dio pianificare la distanza temporale per farsi parola viva, strumento di conversione nella storia.

“ L’exemplum ha perciò la funzione di stabilire un collegamento tra la realtà storica e l’avventura escatologica. Il tempo dell’exemplum subisce la dialettica tra il tempo della storia e il tempo della salvezza, che costituisce uno dei più forti motivi di tensione nella fase centrale del medioevo”, lasciandoci alle spalle lo sfondo medievale della guerra tra Bisanzio e i barbari, che sembra servire soltanto ad esplicare la perenne presenta del male nella storia. Tutto il romanzo appare permeato da un’estrema vitalità che è anche tentativo di risposta individuale alla cattiveria e alla spietatezza degli uomini; c’è, al fondo, un0ansia di significato e di pace che neppure il silenzio di Dio riesce a placare (pag. 129).

Così Luciano non ha perso occasione di sperimentare sulla propria pelle gli aspetti multiformi di un’esistenza e pare godere di questo coinvolgimento epidermico con le persone e le situazioni che una volta lo fa esclamare di gioia per avere avuto una vita così intensa, e in un secondo tempo quello più maturo, gli si presenta in tutt’altra luce: “Non si raccapezzava più di quello che fino a quel momento era stato, come se ciò che aveva creduto e voluto gli si fosse trasformato in una pelle, ruvida per di più, una pelle e nient’altro”:

È il momento in ci l’anima comincia a comprendere e a slacciarsi dal pericoloso gioco d’equilibrio fra gli abissi del divino e la fralezza del terreno; finora, come in una toccata e fuga di Bach, lo spirito non riesce a liberarsi dalla pesantezza della sensualità che più volte lo sospinge tramite donne, reali soltanto nel corpo, a cercar risposta nella forza e nell’intensità tuta apparente dell’immediatezza. Poi Priscilla, la prima vera donna, la donna che risolve in sé le contraddizioni (pag. 104).

Poco importa che Luciano si inserisca in una realtà così diversa dalla nostra per gli eventi che la caratterizzano; essa ci sembra accessoria per lo sviluppo della sua storia interiore: “Tutto lo sforzo del Cristianesimo medievale è stato un enorme lavoro di interiorizzazione” afferma Le Goff; ed è proprio la vicenda interiore che anche qui ci interessa.

La vera storia sembra conservarsi dalla storia violenta e apparente proprio nel destino di queste piccole anime allo sbaraglio in una selva di lupi e risolutamente separate nella solitudine dell’eremo; e mentre fuori imperversa il caos del frettoloso avvicendarsi degli eventi, tra le mura bianchissime di un monastero dove si consumano i tempi più lentamente e umilmente, dove fuggire dalla storia non significa altro che fuggire dalla gratuità del male per costruire nella costanza di un impegno, il riparo della follia, una permanente testimonianza della spiritualità.

“ Leggenda per Ognissanti” è in definitiva il luogo di una possibile attualità: nonostante la barbarie e nonostante il caos della storia, il narrare dell’anima si ostina a tessere un filo indistruttibile attorno alla speranza o per meglio dire alla pace della vita,

Beatrice Raveggi