I fogli nel cassetto


Fogli nel cassetto | Autore | Narrativa
Paolo Ragni

PER L'ULTIMO DELL'ANNO OLTRE FRONTIERA

Era freddissimo, la notte stellata. C'era, dietro l'alta torre azzurrina della radio, uno spicchio di luna.
"Sono tutti a fare baldoria stasera" spiegò Francesco soddisfatto "Non si accorgerà di niente nessuno".
In assoluto silenzio noi tre prendemmo a piedi la via del vecchio cementificio. Ci passammo davanti stupefatti: l'altissima cancellata arrugginita, il tetto fatto a scaletta, la grande misteriosa cupola posta nel mezzo del vasto piazzale. Tutte le luci erano spente, solo una finestrina, certo del cu-stode, era accesa, ai vetri era dise-gnato un ingenuo albero di Natale con tante palline rosse. Passammo oltre, Francesco avanti, Egvis seconda e per ultimo io. Sentivamo distintamente i nostri piedi fare ciaf ciaf sull'acciottolato ba-gnato.
Senza scambiarci parola, eseguivamo le istruzioni impartite da Francesco: passammo accanto alla maxicabina prin-cipale dell'elettricità, quella che serve tutto il Quartiere degli Stranieri, e poi ci incuneammo per un sottopassaggio che un tempo congiungeva le due città e che adesso era praticamente senza sfondo: un grosso muro grigio lo chiudeva nel mezzo. Erano rimaste però ac-cessibili due uscite laterali, noi dove-vano appunto risalire a una di queste. Il sottopassaggio era assolutamente buio e quasi certa-mente disabitato. La grande torcia di Francesco illuminava i corri-doi deserti, ingombri di masse amorfe ed inerti: copertacce, bic-chieri, fornellini, lat-tine. Frettolosamente percorremmo tutto il corridoio, Egvis si guardava intorno preoccupata, io pregavo che non mi capitasse un brutto incontro. Francesco incedeva marziale, sempre con lo stesso passo, affatto noncurante del sudicio.
Risbucammo all'aperto. Ci trovammo nello slargo dove una volta si fermavano gli autobus. Riprendemmo fiato.
"Andiamo via di qua" brontolò Francesco "Qui vicino c'è la tor-retta. I soldati. Vogliamo proprio farci vedere da loro?"
"Siamo davvero così vicini?" chiesi.
"Non hai guardato bene la piantina?" chiese Egvis. Ero così emo-zionato che presi la semplice domanda di Egvis come un rimprovero per la mia domanda sciocca, così mi zittii.
Francesco spense la torcia e iniziò a camminare nel modo più si-lenzioso possibile. Per quanto avesse piedoni e scarponi, il suo passo era felpato come quello di un gatto. Non so quanto durò la camminata. Come in un sogno traversai con gli altri un boschetto, un cortile disabitato e un sentiero di col-lina. Mi ritrovai, inavverti-tamente, a scansare un filo di ferro che minacciava di pungermi e poi a passeggiare sul bordo di un vasto piazzale: c'era una lunga fila di porte vetrate chiuse, e una lunga fila di camion. Alla fine di tutto vidi un cartello scritto in un'altra lingua. Ebbi un tuffo al cuore, e mi arrestai. La manona di Francesco mi strapazzò i ca-pelli.
"Vieni. Ho detto".
Come un automa lo seguii. Il freddo mi stordiva, pronunciai la parola "cioccolata". Francesco si fermò e mi squadrò: era così torvo che l'unica cosa che vedevo nel suo faccione capelluto erano gli oc-chi spanati. Poi riconobbi il viso di Egvis, premurosa, comparirmi davanti, e poi riscompa-rire.
"Questo qui sta per svenire" sentenziò la voce del mio amico.
"Ha detto 'cioccolata' confermò una voce femminile.
Qualcuno mi infilò in bocca un dadone dolce che poi riconobbi davvero per cioccolata, era così grosso che quasi non mi entrava, ma così buono che era un piacere sentirselo scio-gliere dentro. Alla fine rividi i miei due compagni d'avventura e capii dove mi trovavo. Avevo ripreso i sensi, la paura era quasi scomparsa.
"Andiamo" dichiarò Francesco "Siamo quasi arrivati. Ci aspet-tano".
Dopo pochi minuti di marcia tra piazzali, depositi, camion par-cheggiati ordinatamente, arrivammo a qualcosa che sembrava una one-sta stradina di città: i lampioni eran accesi, in fondo si vedevano alcune bancarelle, anch'esse illuminate, cui la gente si accalcava festosa.
"Dove siamo?" chiesi, ancora non ero convinto di aver attraver-sato il confine.
"Di là" replicò Francesco impassibile.
"Vieni" mi sussurrò Egvis. Ci prendemmo per mano.
In quel mentre ci si fece incontro un gruppetto di giovani, il più grande avrà avuto sì e no vent'anni. Uno era soldato, con tanto di tuta mimetica e mitra. Istintivamente, feci per ritrarmi ma Francesco mi strinse forte il braccio, trascinandosi dietro anche Egvis. I ragazzi ci si fecero ap-presso, alzando le braccia in segno di esultanza, il militare addirittura sollevò il mitra.
"Amici!" proclamò entusiasta uno del gruppo "noi siamo vostri amici!"
Francesco, senza dire nulla, lo abbracciò forte forte: poi si slacciò lo zaino che lo impacciava e, uno per uno, abbracciò anche tutti gli altri, che lo ricambiarono con pari impegno. Poi fu il turno di Egvis ed infine il mio. Strinsi tutti come in un sogno, erano molti uomini ma anche due ragazze. Quasi non avevo più freddo.
Ci portarono subito in una casa sulla strada: era un modesto edi-ficio a due piani, ordinario ed in tutto uguale ai nostri, mi ero figurato che all'estero fosse tutto molto strano. Salimmo tutti al primo piano, dove ci aprì una signora di una settantina d'anni coi capelli però ancora neri e un paio di grandi occhiali di corno su un viso severo e cordiale in-sieme. Ci sorrise e ci fece entrare. L'interno dell'abitazione era quasi povero, ma sulla tavola troneg-giava il nostro tipico pane dolce con le mandorle, e in un angolo un minuscolo pre-sepe. Nella casa stava un vecchio che fumava la pipa e teneva le gambe distese davanti al caminetto; doveva essere sordo, perché nulla rispose ai nostri timidi saluti.
Francesco cominciò immediatamente ad aprire tutti e tre gli zaini e a dare volantini e vari oggetti di cui non ca-pii l'uso: forse erano radioline ricetrasmittenti, forse ri-cambi per macchine fotocopiatrici e testine scambiabili di mac-chine da scrivere: faceva ogni cosa con assoluta naturalezza, quasi con lentezza, Egvis ed io lo guardavamo sorpresi ed ammi-rati. In casa ci offrirono alcune fette del pane dolce che man-giammo subito, fotografie, ritagli di giornali, ci dettero al-cune audiocassette. Tutti quanti avevano, nel mentre che ci scambiavamo queste cose, un'espressione molto seria. Quando queste operazioni, tra poche smozzicate parole un po' nella no-stra un po' nella loro lingua, dettero l'impressione di essersi concluse, ci alzammo tutti e uscimmo all'aperto. Il vecchio con la pipa si era addormentata davanti al fuoco e russava placida-mente, La signora che ci aveva aperto ci dette un bacio a tutti e tre, quasi piangeva dalla commozione, nello zaino mi infilò un libro: guardai meglio, erano i Promessi Sposi.
Trascorremmo il resto della serata facendo baldoria tra i barac-chini dei torroni e le nicchie dello zucchero fi-lato. Francesco non partecipava molto all'euforia dell'ultimo dell'anno, ma era contento lo stesso, si cimentò perfino in una danza popolare, ballonzolava gigantesco ma elastico, ogni tanto tornava allo zucchero filato, alle ciambelle o al riso sof-fiato. Egvis ed io ci eravamo seduti su un'altalena e ci dondo-lavamo teneramente, sbucciando caldarroste.
A mezzanotte furono aperte le bottiglie di sidro e ne furono ver-sati fiumi nei bicchieri: non erano di plastica come da noi, ma di vetro, molto grossi per giunta. Dietro spe-cifico ordine di Francesco, bevemmo pochissimo, io, fra tutto quel frastuono in lin-gua straniera, ero già ubriaco per conto mio, Egvis invece rimase sempre più lucida di me. Fu lei, in-fatti, a indicarmi un punto nel cielo, un leggero chiarore che si muoveva piano.
"Cos'è? l'Angelo?" le chiesi entusiasmato.
"Sss!" fece alzando l'indice e dandomi un'occhiata furba. Non si deve mai nominare, se proprio non se ne è si-curi!"
Fissai bene la figura: era a cavallo della fron-tiera, volteggiava sopra l'altissima torre di metallo, aveva davvero viso, braccia, gambe, ali, forse teneva in braccio un bambino,. L'apparizione durò pochissimo, perché udimmo alcuni spari, esplosi certo solo per alle-gria, che però spaventarono l'Angelo. Lentamente si dissolse nell'aria.
La festa sarebbe durata fino a mattino, ma a mezza-notte e mezzo Francesco ci comandò di partire. Ci fece sorbire a tutti e due un fortissimo caffè bollente, disgustoso, ma dopo tenevamo, tutti e tre, gli occhi spalancati come fanali. Le persone che ci avevano ac-colto ci pagarono le consumazioni e ci accompagnarono per un certo tratto. Ci salutammo. Egvis pian-geva, io non capivo se stessi vi-vendo un sogno. Marciammo un'ora e mezzo nel buio completo, ogni tanto Francesco blate-rava che qualcosa non tornava e ci stavamo sperdendo: troncammo con le cesoie alcuni fili spinati, uno sprizzò scintille, ma erano forbici da elettricisti, con i manici di gomma. Non scattò alcun allarme. Dopo poco un faro fu proiettato vicino a noi. Alle due e mezzo eravamo ciascuno a casa propria. Dormii di sasso fino a mezzogiorno.

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