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| Un tempo, nelle campagne dei miei nonni, in quel di Pistoia, viveva un
ragazzino di nome Pietro Occhione; era un mocciosetto come tanti altri,
solamente, un po' più ingenuo e dispettoso. La sua caratteristica
principale era, oltre quella di chiamarsi Pietro, avere un paio d'occhi
enormi, grandi grandi, castani: d'autunno, quando nei boschi raccoglieva
le castagne da abbrustolire e farci farina, i suoi occhi si confondevano
con i frutti; la sua mamma raccontava addirittura che una cisposa
vecchiaccia, che ci vedeva assai poco, li confondesse davvero per castagne
e pretendesse di strapparglieli per forza dal viso. Un giorno Pietro Occhione chiamò la mamma:"Mamma!""Oh!" "Voglio andare via di qua!""O come mai?" "Sì! Perché voglio andare a conoscere il mondo!" "E ti sembra tanto bello andare a conoscere il mondo? Forse che ti manca qualcosa qua?" "No, mamma!""E allora?""E allora vado a conoscere il mondo!" "Ma Pietro! Pietro Occhione mio!" Non ci fu niente da fare. La mamma chiamò, pregò, implorò, spergiurò, ma Pietro Occhione era fatto così: quel che diceva, faceva. Un bel giorno di primavera, alle prime luci dell'alba, Pietro Occhione si mise in cammino: non aveva molta voglia di voltarsi indietro, e infatti, non appena lo fece, gli venne una sùbita malinconia: voltandosi, vide sua madre che piangeva e si sdraiava per terra, sul ponticello davanti casa. "Oh, le mamme sono fatte così!" esclamò, e intanto vide il cielo tutto azzurro e un allegro solicello indorare le cime delle colline: un forte profumo di fiori sconosciuti gli inebriava le cervella. Passo dopo passo, incontrò una bella stradona spaziosa, pareva portare direttamente in Paradiso: il vialone era contornato di cipressi, magnifiche piante fiorite e tutte quelle cose che nel suo villaggio Pietro Occhione non avrebbe mai visto. "Oh che non lo dicevo io! che facevo bene a girare per il mondo! Bisogna che glielo racconti, poi, alla mi' mamma, che è tanto bello muoversi e conoscere tutte le meraviglie!" Pietro Occhione ebbe presto fame, così si mise a rufolare dentro il sacco che si era portato dietro: era una misera saccoccia, ci infilava le noci e le olive. Sgranocchiò tutto quel che c'era, lentamente, passo dopo l'altro, convinto che, se avesse mangiato piano, tutto il contenuto della bisaccia non si sarebbe mai esaurito. Cammina cammina, passò mezzogiorno, passò l'ora di merenda, fece buio in un baleno. Così cominciò a soffiare un forte vento. "In primavera - son cose che càpitano!" Fatto sta che, dopo un'altra ora di cammino, la strada era diventata del tutto deserta, di villaggi non se ne vedeva nemmeno l'ombra, di case sul ciglio della strada, ugualmente. Di più: la stradona era niente più che un umile sentiero, un tratturo sperduto in mezzo al bosco, ingombro di rovi, evidentemente non portava da nessuna parte. Il buio precipitò in un momento, in un attimo si alzò il vento, la pioggia iniziò a cadere sulle foglie degli alberi. "Oh, Dio! l'ho fatta bella! e ora?" Non fece in tempo a pensarci su due volte. In un baleno veniva già una pioggia torrenziale, il cielo si era fatto completamente nero, le tenebre calavano rapidissime. Pietro Occhione era bagnato come un pulcino. In quel momento, proprio mentre stava per mettersi a piangere, intravide una lucina tremula ondeggiare a distanza di poco più di un centinaio di passi. "O mamma! O che sia la mia salvezza? Già rimpiango la tua minestra di ceci!" Lentamente, molto a fatica, Pietro Occhione riuscì a districarsi tra la penombra e a vedere una viottola che stava diventando del tutto impraticabile. La collinetta, su cui dondolava questo luccichio, era scavata a terrazze, Pietro vi intravedeva coltivazioni di ortaggi, a quanto pare non era luogo del tutto disabitato. La stanchezza, tuttavia, era greve. Ansimando, Pietro Occhione riuscì ad avvicinarsi al chiarore, e quale fu la sua sorpresa allorché vide che era un lampioncino acceso a una finestra, uno sportellino di una casetta di legno, invero molto piccola, ma veramente una casetta. "Ehi, voi! Apritemi!" esclamò, còlto da un sùbito entusiasmo. Nessuno però gli apriva, non si udiva alcun rumore. "Ehi, voi, di là dentro! Spalancate l'uscio!"Silenzio. Pietro Occhione perse la pazienza (era bagnato veramente fino al midollo, e la rabbia di rimanere chiuso fuori lo mandava fuori dai gangheri) ed affibbiò un possente calcio al portone. Questo, di slancio, si spalancò e, altrettanto di slancio, si richiuse. Pietro non fece in tempo a lanciare altro che un rapidissimo sguardo all'interno: c'era un gioioso focherello acceso - altro non aveva potuto vedere. "Com'è vero Dio, e che io mi chiamo Pietro, e di soprannome Occhione, entrerò in questa casa!" Affibbiò a questo punto una pedata così robusta al portone, che questo si spalancò, si richiuse sbatacchiando di nuovo e si rispalancò un'altra volta ancora. Pietro fu così svelto da infilarsi dentro prima che si richiudesse una terza volta. "Ooooh! che furia!" sentì esclamare una vocina flebile, flebile come quella delle libellule la notte di San Giovanni. "O chi è che parla?" buttò là Pietro, sorpreso, ma ormai tutto contento. "Ma guarda un po'! Io stavo venendo ... bastava solo avere un po' di pazienza..." "Ma chi è che parla? In nome di tutti i santi, i beati, gli apostoli del Paradiso! Chi c'è si faccia vedere!" "Eccomi ... eccomi ... sono qua... " Gìrati di qua, gìrati di là, Pietro non vedeva traccia di alcuno: la casetta, del resto, per quanto piccola, era accogliente, allegra, e tutta di legno. Su un tavolino stava una bella scodella di minestra calda, sentiva l'odore della zuppa di carote che gli faceva spesso la mamma. "Eccomi ..." Ed ecco apparve una creaturina, minuscola, briosa e divertita, una vecchietta vestita di rosso, molto raggrinzita a dire il vero. Sembrava un pupazzetto. "E tu chi sei?""Ma lo spiritello del Legno - che diamine!" "Ed io Pietro Occhione! Ma dammi da mangiare, ché ho una fame da lupi!" "O che modo di fare è? Non sono mica la tua serva?!" "No davvero! Son cose, queste, che di solito chiedo alla mi' mamma! Ma dammi da mangiare lo stesso, ché ci ho una fame da lupi! Anzi, prima fammi mettere la giubba ad asciugare al fuoco!" La creaturina rimpinzò Pietro Occhione di ogni ben di Dio, e difatti Pietro si saziò come non mai. La creaturina riempiva sempre una tazza di legno a Pietro, e ci infilava uno strabiliante vino rosso. Pietro Occhione lo scolava sempre, in grande letizia, finché di bel bello si acciocchì, si sdraiò su un pagliericcio e cominciò a russare fragorosamente. La mattina seguente, Pietro Occhione si risvegliò con un forte mal di testa. Spalancò gli scuri di abete e vide un ameno sole penetrare nel folto della foresta. "Ovvìa! Che bella giornata! E' il momento di andare a fare una bella girata! Lo dicevo io, che il mondo è meraviglioso!" La creaturina gli fece trovare sulla tavola una bella tazzona di latte caldo, alcune fette di pane bianco appena abbrustolite e una ciotolina di miele. Pietro Occhione ritenne che quella merenda fosse giusto l'ideale per scacciare gli ultimi residui di mal di testa, e si fece sotto a man bassa. In pochi minuti spolverò tutto. "Ascoltami, Pietro Occhione" gli confidò la creaturina posandoglisi sul palmo della mano "Ti voglio aiutare. Ti darò un tarlo: ma bada bene di non prendermi in giro, o, se proprio non ne puoi fare a meno, non mi beffeggiare per tre volte. Sennò perderai tutto quel che avrai guadagnato!" "Un tarlo? E che me ne fo?!" "Questa non è una cosa che per ora ti riguarda. Vedrai che ti servirà". "Ma sei proprio buffo, spirito del legno! Un tarlo, da solo, è un dono così sciocco!" "Pietro! Mi hai già preso in giro una volta. Bada di non prendermi in giro un'altra, e un'altra ancora!" "E perché?" la canzonò Pietro Occhione sgranando gli occhi a burla "Cosa mi fai sennò? Mi richiappi tutto il latte che t'ho pappato?" "Pietro! Pietro Occhione!" replicò lo spiritello diventando duro e rigido come il legno "Bada bene a quel che dici!" Pietro ringraziò, chiede la strada per il prossimo villaggio e se ne andò via tutto contento. Con sé, dentro una scatolina, stava il tarlo. Cammina, cammina arrivò ad un ponte. Sul ponte c'era un cartello, però c'erano scritti strani segni. Pietro non aveva mai imparato a leggere e scrivere, così ci rimase un po' davanti, perplesso, dopo di che tirò via, emettendo una squillante risata. Non fece in tempo ad oltrepassare il ponte, che fu incrociato da sedici guardie (non sapeva che erano sedici, dacché, si ripete, non sapeva contare), imbavagliato, legato e condotto per strada fino ad una prigione. Questo carcere era una cella buia e maleodorante, dove avevano dimora topi, ragni, scarafaggi ed ogni sorta di codeste bestiacce. "Ma siete ammattiti?" tentava di protestare Pietro Occhione da dietro il bavaglio "Ma che modo è questo?!" In breve fu condotto davanti a un signore assai ben vestito, che disse di chiamarsi Signor di nome e Giudice di cognome. Costui, con aria molto fiera, asserì che lo straniero aveva osato attraversare il ponte, e quindi era reo di morte. Per salvarsi, occorreva che salisse sulla torre del castello e liberasse il villaggio della tirannia del drago. "Io queste storie le ho sempre sentite raccontare dalla mi' mamma!" esclamò Pietro Occhione "Ma non credevo che i draghi vivessero così tanto vicini a casa mia!" "Se però" proseguì Signor Giudice "Non conseguirai l'intento sperato, sarai abbrustolito e divorato bello caldo dal drago. Se invece ti riuscirà di sfuggirgli, sarai squartato vivo dai Magistrati del Villaggio!" "E se non faccio nulla?""Morirai d'inedia nelle segrete". Pietro Occhione dichiarò e proclamò:"Andrò al castello ed ammazzerò il drago!" "Bravo figliolo!" assentì un po' meccanicamente Signor Giudice "Ti darò le armi necessarie, spada, lancia, scudo e tutto quel che vorrai". "Sarete molto contenti di me". "Non ho dubbio" ripeté con lo stesso tono un po' melenso Signor Giudice. In men che non si dica, fu fornito a Pietro Occhione un meraviglioso destriero, bardato stupendamente e di tutto punto armato: nemmeno un esercito di cavalieri sarebbe riuscito a individuare un cantuccino scoperto della cavalcatura. Pietro Occhione, del resto, era del tutto pari alla sua cavalcatura. Si specchiò nel fiume il cui ponte aveva incautamente attraversato, e si trovò così bello come non avrebbe mai creduto. "Ammazzo il drago e divento principe del regno! E mi sposerò la più bella, leggiadra, ricca e nobile fanciulla del reame!" La via del forte era assai comoda: era un vialone, con bellissimi tigli maestosi, rose rampicanti e gigli sul ciglio della strada. Arrivò al cancello e sbirciò di là: un enorme bestione, alto quanto la facciata dello stesso castello, gli si piantò dinanzi, era un drago come quelli dipinti sulla parete della sua chiesa, rosso e blu, con striature gialle e la coda verde, ma così verde come nemmeno il grano in primavera. Il drago pareva che aspettasse proprio lui. Con una vibrante zampata spalancò la cancellata e lo squadrò con due occhi di brace. Mai Pietro Occhione aveva visto alcunché di tanto terribile. Pietro non fece in tempo a pensare nulla: quando capì, il cavallo su cui montava, le armi, il cimiero ed il ciuffo sul cimiero stesso - ecco, era tutto stato divorato dalla vampata del drago: era rimasto, perfettamente integro benché tramortito, solo Pietro Occhione in persona, per di più leggermente bruciacchiato. "Maria Santissima!" esclamò Pietro Occhione "Se qui ci fosse quello Spiritello del Legno, che tanto ho preso in burla!" In quel momento ripensò alla sua scatolina: ci mise l'orecchio al coperchio, e sentì da dentro provenire un sottilissimo bzzz bzz. Quel minuscolo tarlo nulla avrebbe potuto fare contro il dragone, tuttavia Pietro aprì lo stesso il coperchietto. Il tarlo si sollevò e svolazzando con le sue minuscole aluzze si infilò dentro le narici del drago. Il drago iniziò a starnutire, a divincolarsi tutto, a grattarsi il naso, la gola, le orecchie. "Hauf! Hauf!" schiamazzava in preda a un terribile solletico "Hauf! Hauf!" "Bravo tarlino!" incitava Pietro battendo le mani "Fallo schiattare di pizzicorino!" Il drago si dibatteva furibondo; insomma, tanto gli frizzava il naso che iniziò a gonfiare, a gonfiare tutto - evidentemente voleva con un enorme starnuto far schizzare via la molesta bestiola. Invece fece solo un gigantesco pum! e si afflosciò. Nonostante le sue superbe dimensioni, era proprio un pallone gonfiato, quando si fu tutto sciolto non era più grande del ciuco che Pietro aveva lasciato a casa dalla sua mamma. Il tarlo ritornò da Pietro che, diligentemente, lo infilò nella sua scatolina. Poi si ripresentò al villaggio, dove fu accolto da solenni manifestazioni di esultanza, nessuno avrebbe mai creduto che quell'ingenuo ragazzotto di campagna sarebbe riuscito nell'impresa. Così Signor Giudice lo accompagnò dalle più alte autorità del borgo che si premurarono di riempire dieci sacchi di oro, argento, diamanti e gemme. Infine condussero Pietro al palazzo del Principe e gli presentarono la figlia dello stesso Principe: non era poi un granché, però aveva più gioielli lei indosso che peli la criniera del cavallo incenerito. "Ah, bene!" esclamò Pietro Occhione soddisfatto "Ho ottenuto davvero tutto quel che volevo: non mi manca niente!" Il tarlo faceva bz bz nella scatolina. "Ero destinato a grandi avventure" proseguiva "Senza dubbio! Non sono mica nato sciocco, ero e sono Pietro Occhione! eroe di mestiere!" Il tarlo faceva ancora bz bz nella scatolina. "E vengano pure qua a rendermi omaggio tutte le persone che mi hanno conosciuto finora! che non si sono vergognate di prendermi in giro! E, prima di tutto, quello scioccherello di Spirituzzo del Legnuzzo, o come si chiamava!" In quel momento sparì ogni cosa: palazzo, principe, figlia del principe, e tutti i sacchi d'oro. Pietro si trovava, da solo, davanti al ponte che aveva attraversato la mattina. Era sera, e Pietro, sconsolato, fu preso da grande tristezza e sonno pesantissimo. Lo Spirito del Legno si era preso gioco di lui come lui dello Spirito. Si scelse una bell'acacia, si accomodò un posticino sull'erba fresca e si addormentò. Dormì così profondamente che si destò solo a mattina inoltrata. Aprì gli occhi senza fretta, pieni di cispe, e gli apparve davanti la figura di una deliziosa fanciulla: com'era bella! biondissimi capelli inanellati sulle spalle ed occhi azzurri, azzurri, azzurri. La fanciulla lo prese per mano e, in silenzio, lo condusse ad una modesta casetta: là i due anziani genitori apparecchiarono festosamente la tavola. Pietro Occhione mangiò con gusto tutto quel che c'era, anzi, quasi tutto, ne lasciò un po', chissà perché era meno ingordo del giorno avanti. Parlò coi genitori della fanciulla e si mise a servizio da loro. Così trascorsero giorni, settimane, mesi. Dopo un anno esatto Pietro Occhione e la fanciulla si misero in viaggio e andarono a trovare la mamma di Pietro: stava alla porta, in silenzio, con il viso tra le mani e i gomiti appoggiati alla tavola. Pietro saltò al collo della mamma e l'abbracciò e l'abbracciò così a lungo e così forte che la povera donna, quasi, strozzava. Il ragazzone presentò la fanciulla alla mamma. Costei baciò vigorosamente la fanciulla e le mostrò ogni sorta di facce allegre, ma quando non la vedeva nessuno faceva le boccacce. Il giorno dopo, Pietro Occhione e la fanciulla si sposarono. Erano tutti contentoni, anche la mamma di Pietro. Ad amministrare il sacramento c'era il prete del villaggio, a far da testimone una creaturina dalla pelle dura come legno, la voce arrochita e il viso raggrinzito. Nessuno l'aveva vista prima di quel giorno, ma aveva grande confidenza con Pietro. |