L'Ufficio postale di Tuz
Da giovanissimo, Giorgio Bianciardi vinse
un concorso alle Poste. Fu mandato nel paesino di Tuz.
Per prima cosa, cercò questo Tuz nel
Grande Atlante Geografico che aveva in casa: era una
frazioncina in un'isola dell'Arcipelago, si sarebbe
mosso non solo da casa -cosa che dava per scontatama
addirittura dal continente.
Salutò i genitori, piangevano, lui pensava
preoccupato a quel che lo attendeva.
Dopo diciotto ore -treno, nave, autobus- fu a Tuz: era un ameno paesetto
arrampicato sulle colline, in linea d'aria una decina di chilometri dal mare, per strada
venticinque. La prima impressione fu subito ottima: una porta in pietra all'ingresso del paese,
gentili muretti rivestiti di rampicanti, arboscelli fioriti nei vasi accanto agli usci. Era mattina di
un giorno radioso di giugno.
Cercò l'ufficio postale: Giorgio aveva con sé solo un borsone che trascinava a fatica
per gli scalini e i ripidi saliscendi. Una vecchia vestita di nero, scialle colorato in testa, gli indicò
una viuzza assai graziosa: acciottolato lindo, ortensie in fiore, bambini che giocavano con le
automobiline. Giorgio Bianciardi si incamminò. Dopo pochi passi, sul viottolo, si apriva una
corte: a un terrazzino una ragazza stendeva un lenzuolo bianchissimo i cui orli lambivano un
rosmarino rigoglioso. Dentro questo cortile, vide un negozietto artigiano di carta artistica e,
dietro un cespuglio di rose, l'inconfondibile marchio rotondo delle Poste Nazionali. In
quell'angolino avevano infilato l'ufficio!
Giorgio salì alcuni scalini, la ragazzetta sul balcone lo rimirava sorridente, Giorgio si
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sentiva imbarazzato, il borsone incespicava tra orci di limone. Entrò nell'ufficio
postale. Il salone per il pubblico era non più di due metri per due, dietro alla vetrata, invece,
almeno tre per tre. Un dipendente di una sessantina di anni, minuto e un po' calvo, stava
contando francobolli. Alzò lo sguardo, fissò il sopravvenuto di sopra agli occhiali.
"E' Lei il nuovo impiegato?" interpellò Giorgio con aria mite.
"Sì, sono io".
"Piacere. Io vado in pensione domani. Le devo dare le consegne".
Dischiuse una porticina e fece entrare Giorgio: nonostante la stanza fosse ingombra
di scartoffie, come un po' in tutti gli uffici postali, tuttavia regnavano ordine, decoro e pulizia.
"Prego, avanti" continuò premuroso "Ho da spiegarLe alcune piccole cose".
"Ma come!?" saltò su Giorgio vivamente sorpreso "Non c'è nessun altro, qua, oltre
Lei?"
Abbozzò un sorriso:
"Vivono duecento anime, in paese, considerate le case sparse per la strada. Solo
d'estate c'è da lavorare sodo: per ferragosto si contano anche cinquecento persone, fra turisti e
gente del luogo che ritorna. Due impiegati sarebbero troppi per l'Amministrazione".
"Sì. Ma io come faccio ad imparare? Io non so niente delle operazioni della posta".
Il vecchio impiegato lo scrutò, anch'egli molto sorpreso.
"Ma come? Non Le hanno fatto il corso!?"
"No. Quale corso?"
"Lei quindi non conosce nulla di queste macchine?" s'informò indicando a Giorgio i
terminali dove si digitano i conti correnti. Giorgio li aveva adocchiati in alcuni uffici postali, di là
dal bancone.
"No".
"Allora" pronunciò con voce grave "E' un problema".
Aveva solo diciott'anni, e, invece della preoccupazione e dello sconforto, a Giorgio
venne da ridere.
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"Senta" gli propose divertito "Mi pare che prima di tutto occorra raccogliere le idee.
C'è un bar in questo paese? Ho proprio voglia di offrirle qualcosa! In venti ore di viaggio non ho
mandato giù quasi nulla!"
L'uomo lo squadrò nuovamente di sotto in su, perplesso, con ogni eventualità non si
era aspettato che capitasse un ragazzino, cui addirittura insegnare il lavoro in poche ore. Ci
ragionò un po' su e soggiunse:
"La ringrazio molto del pensiero. Ma io non posso mangiare quasi nulla. Sono stato
operato allo stomaco. Ma, dato che Lei è così gentile, La posso accompagnare".
"Benissimo".
"Senta, però..."
"Mi dica!"
"Ci sarebbe..."
"Cioè? non può stare chiuso l'ufficio, immagino..."
"Appunto! Ora, il bar è proprio a due passi da qui, e volendo ci potremmo andare ...
ma vede, di solito prendo una tazza d'orzo qui di sopra. Ci sta una brava famiglia. Verso le dieci
e mezzo mi chiamano, io salgo su e mi bevo l'orzo al davanzale. Se vedo qualcuno, scendo
subito".
"Mi sembra un'ottima idea. Allora possiamo andare su. Sempre che ci sia orzo per
entrambi!"
Il vecchio impiegato rise.
"Lei mi dirà quando potrò offrirLe qualcosa" Giorgio continuò "Ma intanto vorrei
capire come faccio ad imparare".
"Intanto si accomodi. Possiamo stare seduti. Abbiamo tutto il tempo per pensarci".
"Non mi sembra..."
"Chi lo dice? Il tutto, come al solito, consiste nel trovare la risposta giusta al
problema. Bisogna tirare fuori una buona idea. Non possiamo abbandonare l'ufficio proprio
ora. Lo sa, in vent'anni che lavoro qua, sono stato malato soltanto negli ultimi tre anni, e solo
una volta per un lungo periodo, ai tempi dell'operazione. Allora arrivava uno dal capoluogo.
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Tirava su la saracinesca verso le dieci e si dileguava a mezzogiorno. Qualche volta
telefonava di giù, alla famiglia di cui Le parlavo a proposito della colazione, e raccontava che non
veniva affatto. Potremmo servirci, intanto, di questa persona. Così Lei potrebbe apprendere
alcune nozioni".
"Mi sembra una buona idea..."
"Ma non si preoccupi!" gli confidò esaminandolo bonario, quasi sornione "Io
tornerò in continente soltanto la prossima settimana. Avevo sbagliato a mio sfavore il computo
dei giorni per andare in quiescenza. Io quindi resterò qua ancora qualche giorno. La potrò
aiutare".
"Oh, grazie!"
"A dire a verità, il regolamento non lo permetterebbe. Io potrei, solamente,
insegnarLe il lavoro senza toccare niente di interno all'ufficio. Al limite, di qua dal bancone..."
"Oh, mi dica Lei quello che è meglio! La ringrazio molto!"
In quel momento echeggiò per l'aria profumata una voce femminile.
"L'orzo è pronto, avanti!"
"Andiamo!" pronunciò l'impiegato sollevandosi leggermente a fatica "Si va a fare
colazione!".
* * * * *
L'abitazione era una modesta bizzarra linda casetta. Non si capiva se fosse di mare o
di montagna, soleggiavano sui davanzali innumerevoli piante di basilico, salvia e rosmarino, le
credenze erano però rustiche, vi facevano mostra colorate bottigliette di grappa. Sul tavolo
d'abete figurava una tovaglia di cotone all'uncinetto.
"Buongiorno" esordì una ragazzetta bruna dell'età di Giorgio "Signor Direttore, oggi
ha portato qualcuno!"
Giorgio sorrise, un po' disorientato.
"Prego, sistematevi. Ho preparato l'orzo per entrambi".
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Giorgio non aprì bocca e si accomodò su una seggiola impagliata. Un cespo di
lavanda fiorita troneggiava sul tavolo. Il capufficio sembrava del tutto a suo agio, chiaramente
aveva molta dimestichezza con la casa.
"E così è il suo ultimo giorno, signor capufficio, eh?"
"... ultimo giorno ... credo che mi tratterrò un po' qua ad insegnare le attività a
questo giovane. E' lui che prenderà il mio posto".
La ragazza scrutò Giorgio con aria furba. Sorrise, però, timidamente.
"Si serva. Forse Lei invece vuole un tè, un caffè, una tisana ... io faccio molte tisane,
sa? raccolgo le erbe in campagna, anche in cima alla Montagna: qualche volta perfino
d'inverno".
"Possiamo darci del tu" parlò Giorgio, non sapeva se era una domanda o una
affermazione "Come ti chiami?"
"Grazie ... sono Rosi" rispose impacciata, forse non si aspettava che il nuovo
capufficio si permettesse una simile confidenza.
Per il resto della colazione, quasi non si parlò. Il vecchio impiegato ogni tanto
sbirciava dal balcone, caso mai arrivasse qualcuno, ma non venne nessuno. Si congedarono: la
ragazza gli strinse forte la mano.
Tornarono nell'ufficio. Il buon uomo cominciò a spiegare a Giorgio alcune operazioni,
ma quest'ultimo era visibilmente distratto, l'impiegato se ne accorse e cambiò discorso, chiese a
Giorgio come pensava di sistemarsi. Saputo che ancora non aveva un alloggio, trasecolò.
"Guardi, mio giovane collega, se così posso esprimermi giusto oggi alla vigilia del mio
pensionamento; occorre assolutamente che Lei si premuri subito di trovare un posto dove
passare la notte. Prima di essere spennato al Grande Albergo, sulla strada che dal mare porta
qui, si informi in giro, se c'è qualche vecchina del paese che Le offra una camera! Non perda
tempo!"
"Sì, grazie, ma ... il lavoro ..."
"Ma non si preoccupi del lavoro. Gliel'ho già detto, io resterò qua ancora qualche
giorno. Torni solo dopo che ha trovato un letto!"
"Ma ... a chi posso domandare?"
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L'uomo stette in silenzio, si grattava la testa.
"Mi ascolti. Lei si trovi un alloggio di qua a martedì. Io intanto, se Lei acconsente,
cerco di mettere una buona parola per questa famiglia quassù. Io - sono ospitato da loro".
"Ah, capisco! Benissimo! Certo, sono d'accordo. Sì!"
"Intanto domandi al droghiere. Lui sa tutto. Si presenti, però, e dica: 'Io sono il
Nuovo Dirigente l'Ufficio Nazionale Postale'!"
"Va bene".
Uscì sereno dall'Ufficio. Il paese, minuscolo e gioioso, era assai più ridente di quanto
Giorgio si fosse immaginato: fiori dappertutto, ragazzetti che giocavano a pallone, un mercatino
all'ingresso del villaggio, gatti panciuti intenti a leccare soddisfatti scodelle piene di latte.
Giorgio si recò subito dal droghiere che lo indirizzò a ben tre vecchiette del borgo, una
vedova, una zitella ed una col marito che lavorava in terraferma. Andò da tutte. Ognuna parve
molto bendisposta verso il novello dirigente, ma quando seppero che la sistemazione forse
durava una sola settimana, immediatamente si schermirono ed a Giorgio non riuscì di strappare
loro altro che vaghe promesse. Tornò piuttosto scornato alla Posta. Una giovane signora pagava
un vaglia internazionale. L'impiegato presentò al ragazzo la cliente che gentilmente gli sorrise.
"Mi vedrà altre volte, signor Dirigente" dichiarò a Giorgio "Vengo qua ogni
settimana".
"Allora" riprese il capufficio "Com'è andata?"
Giorgio raccontò. Il vecchio funzionario ammise di avergli consigliato un
suggerimento piuttosto ingenuo, qualunque donnina interpellata avrebbe fornito senz'altro
quella risposta: salì quindi subito su.
"Vado a parlare a quella signora. Devo trovare una sistemazione per Lei".
"Ma qual è quella signora? Io ho visto solamente una ragazza".
"La signora dorme fino a tardi. Gestisce un ristorante al porto e la notte torna qua
non prima delle due. Suo marito vive in terraferma, viene il sabato mattina e rivà via la
domenica pomeriggio. Le lascia tutte le camicie da lavare e stirare. Insomma, quando io vado
-andavo- a prendere l'orzo, la signora si è appena alzata. Insomma, ora ci penso io".
Andò su e lasciò Giorgio solo nell'ufficio. Per superare un lieve imbarazzo, si mise ad
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osservare meglio l'arredamento: il bancone dello sportello diviso in tre parti, ognuna
contrassegnata da un numero; tre macchine per contabilizzare le operazioni allo sportello, tre
operatrici per i bollettini. Un computer in un angolo, videoterminale, una stampante modesta
ma recentissima. Alcune scaffalature a giorno, altre a vetro; un armadio diviso in scomparti,
chiuso a chiave, un mobilino. Un fax, anch'esso semplice ma appena comprato. Due telefoni.
Istintivamente, un po' indiscreto, aprì il mobilino. In due distinte scaffalature era una piccola
biblioteca di classici della letteratura universale, ne contò cento volumi. In quel momento ritornò
il capufficio. Rimase interdetto, al pari di Giorgio, della sua indiscrezione. Sorrise.
"Lei sta scoprendo i miei segreti..."
"Oh, mi scusi..." Giorgio si accorse di diventare tutto rosso.
"Non c'è niente di male, in questo" aggiunse, accortosi del suo turbamento "Si tratta
solo di letteratura..."
"Mi scusi ... sono mortificato..."
"Passiamo ad altro" riprese quasi lietamente "La signora mi ha detto di sì. Martedì
vado via io e martedì viene lei. E' contento?"
"Contentissimo!"
"Bene. Di qui a martedì, pensi un po' lei come arrangiarsi. Può andare in albergo,
sono cinque giorni soli. Sennò, guardi" e scrutò Giorgo in viso sorridendo "Qui dietro c'è una
stanzina, di proprietà delle Poste Nazionali: c'è un divanetto, un bagno piccolo ma c'è. C'è anche
una sedia, un banchino per scrivere, una presa per la luce".
Giorgio strinse calorosamente le mani al vecchio Capufficio.
"Si potrà accomodare lì per questi giorni. Io, prima di venire a stare dalla signora,
che già ospitava un'altra persona, ci sono stato per due mesi. Ci stavano scatoloni di vecchi
stampati, che non servivano più a nessuno, ed altre cianfrusaglie. Feci presente il caso alla
Commissione Scarto Atti: non vennero nemmeno a vedere. Mi mandarono il nulla osta per il
macero via telegramma. Così mi sistemai. Tuttora, quando non mi sento di salire su, sto nella
'cameretta': così l'ho chiamata".
Giorgio Bianciardi ringraziò di nuovo, dopodiché venne un'altra persona del
pubblico, un anziano signore. Giorgio andò a vuotare la borsa allegramente.
* * * * *
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L'anziano impiegato fu sinceramente gentile con Giorgio: gli insegnò in pochi giorni
-quelli residui della sua permanenza a Tuz- tutto quel che occorreva sapere. Giorgio si scrisse
ogni cosa in un quadernone a quadretti. Il capufficio gli lasciò anche una sorta di appunti, più il
manuale di istruzioni di ogni macchina, debitamente annotato e postillato. Lavorò addirittura
una sera fino a mezzanotte per scrivere a Giorgio, in un apposito quadernino, alcune note, per
lui importantissime, per Giorgio un po' meno, sulle singole persone del luogo: alcuni avrebbero
tentato di fargli sbagliare i resti, parlando sempre e cambiando una gran quantità di monete di
piccolissimo taglio.
Giorgio dedicò tutti questi giorni ad imparare il lavoro: il vecchio capufficio era
perfino petulante nel suo senso del dovere, del resto, per quanto talora quasi snervasse Giorgio
con delle inezie, tuttavia questi sapeva per certo che, partito lui, nessuno gli avrebbe più potuto
dare una mano.
Giorgio ebbe libero solo il dopocena, che trascorreva nella sua cameretta provvisoria,
dentro l'ufficio, o in paese. Il buon vecchio fu oltremodo cortese: dedicò addirittura l'ultima
serata a presentare Giorgio ai suoi conoscenti. Particolare attenzione rivolse alla saletta
parrocchiale ed alle sedi dei tre principali partiti: stavano tutti davanti la chiesa, di solito
aprivano dopocena e organizzavano triangolari di bocce. Giorgio non riuscì a capire se il suo
buon precettore fosse per il governo o per l'opposizione, era naturalmente amico di tutti.
L'indomani, alla partenza, il vecchio funzionario aveva tre borsoni di regali. Giorgio
lo abbracciò intensamente, sentiva che là a Tuz non sarebbe mai più tornato.
La "signora" e la sua graziosa figliola non ospitarono Giorgio subito, come era stato
concordato in un primo momento. Dissero, e non a torto, che occorreva dare "una bella
imbiancatina" e una "robusta rinfrescatina" alla stanza del Direttore delle Poste Nazionali.
Giorgio ne convenne, addirittura comprò, a mezzo con la signora, pennelli e vernice e dette tre
mani alla sua stanzetta. Tappò tutti i buchi (il vecchio dirigente amava appendere coi chiodi
quadretti, calendari, poster), fece uno zoccoletto verde lungo le pareti. Poi si improvvisò
falegname e, nelle ore lasciate libere dall'ufficio -dalle tre del pomeriggio in poi- prese a rinnovare
l'intero mobilio: conosceva appena il mestiere del falegname, ma si informava con chiunque
veniva all'ufficio.
Parlando con tutti, ebbe la conferma che il buon capufficio era uomo piuttosto
abitudinario, anche se a suo modo non privo di fantasia, e molto riservato: mangiava da anni le
stesse cose, la stessa padrona di casa e sua figlia entravano raramente in camera sua, lui stesso
provvedeva di persona alle incombenze domestiche. Era scapolo e non immune dalla solitudine.
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Se ricevesse o no posta era un mistero. I sacchi venivano portati direttamente
nell'ufficio e lui provvedeva a smistarla fra Tuz e le sue frazioni. Ogni tre giorni arrivava un
postino dal capoluogo, portava la posta nel paese e si arrampicava per la montagna, fino alle
case di legno dei carbonai. Per non aspettare questo postino i pochi bottegai del paese, gli
intellettuali del luogo (maestri, bibliotecario comunale, la giovane signora incontrata il primo
giorno e pochi altri), i responsabili delle tre sezioni dei partiti avevano richiesto l'apertura di una
personale cassetta postale. Per risparmiare, avevano chiesto, ed ottenuto, una sola casella postale
aperta, dove ognuno si cercava la propria posta, e, magari, la recapitava personalmente, a turno,
agli altri. Da quindici anni che funzionava questo sistema, nessuno aveva mai fatto un dispetto a
un altro e non si era mai smarrita nemmeno una stampa: il buon capufficio, infatti, segnava
sempre, per scrupolo, su un quadernino tutto quel che metteva in questa cassetta. Perfino nei
tempi delle elezioni, quando la competizione tra i partiti è alta e arrivano chilogrammi di stampe
di propaganda elettorale, nessuno aveva avuto mai di che lamentarsi. Del resto, questo postino
che arrivava solo due volte la settimana era il più strano che si potesse trovare in tutta l'isola:
arrivava con una grosso moto rossa, certamente sua personale e non in dotazione, raccoglieva il
sacchetto della corrispondenza e spariva. Era sicuro che compiva per intero il suo dovere e non
buttava in mare nemmeno una cartolina (il capufficio ne aveva sempre la conferma). Però non
parlava mai con alcuno, nessuno sapeva come si chiamasse, e addirittura non riportava il sacco
della posta in ufficio, ma lo rimetteva vuoto sopra la cassetta postale aperta. Certo era che,
quando lui andava in ferie o si ammalava, l'Amministrazione non mandava al posto suo nessun
altro. Anche di qui la necessità di questa cassetta postale.
Il lavoro era piuttosto ordinario, trascorrevano giornate intere in cui arrivavano solo
quattro o cinque utenti, tra cui, di solito, la giovane signora: per il resto, Giorgio continuava con
scrupolo a fare tutte quelle pacifiche cose inutili che gli aveva insegnato il capufficio. Costui si era
portato via la sua collana di volumetti, però gli aveva lasciato altri libri, che, diceva, ormai non gli
servivano più e non valeva la pena trascinarsi dietro in continente: era un'altra centinaia di
opere, di edizione economicissima, ma scritte larghe e comunque ben curate - si trattava anche in
questo caso di classici, ma divisi per sezioni, dell'avventura, dell'amore, dell'epica e così via.
Erano semplici, ma si leggevano con grandissimo interesse, o almeno a Giorgio faceva così.
L'alloggio nella stanza delle poste andava benissimo. Se però fosse stato inverno,
invece che in pieno giugno, Giorgio si sarebbe sentito a disagio: gli uffici chiusi gli avevano
sempre fatto impressione, anche se poi era lui stesso a fare ogni cosa, compreso l'apri e chiudi
della porta. E la notte, ogni tanto, udiva partire il fax. Non gli riusciva più riaddormentarsi se
non correva a vedere cosa il Provveditorato, il Compartimento o chissà quale altro ufficio
nazionale o periferico gli inviava: era un mistero, le loro comunicazioni, palesemente insulse
anche per lui appena arrivato, pervenivano solo di notte, e non davvero perché fosse occupata la
linea di Tuz. Talora avvertiva anche la stampante del modem -l'ufficio era collegato con tutta la
Nazione- si alzava impensierito, si trattava di comunicazioni che non avrebbero mai riguardato
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un ufficetto come il suo.
Arrivò infine il momento di traslocare al piano di sopra. La ragazza, che ogni volta
che lo vedeva diventava istantaneamente di ottimo umore, volle offrire a Giorgio una delle sue
tisane. Erano allora nella "stanza della colazione", quel grazioso tinello visto il primo giorno.
"E così" esordì la ragazza "adesso sei venuto a stare con noi".
"Davvero" soggiunse lietamente, sorseggiando il suo infuso addolcito dal miele
"Chissà mai quanto ci starò!"
"Quanto ci starai?"
Spiegò che ciò non dipendeva da lui ma dall'Amministrazione Centrale o, caso mai,
distrettuale. La sua idea era sempre stata lavorare in una Pubblica Amministrazione.
"Sai" le illustrò "non mi sento portato a compiere grandi cose, un'attività
commerciale, un'impresa - non è roba adatta a me. L'impiego pubblico mi basta. Certo, ho
studiato un po' e vorrei anche prendere uno o due livelli in più. Ma quando avrò raggiunto un
posto da diplomato, dal lavoro non mi dovrò aspettare altro."
"Cosa vuoi fare?"
"Non lo so. C'è tanto da fare. C'è da leggere. Da viaggiare. Da fare del bene. Ce n'è
tanto bisogno nel mondo".
La ragazza sbirciò Giorgio di sotto in su: aveva occhi castani grandi grandi.
"Rosi" la chiamò Giorgio.
In casa naturalmente non c'era nessuno, era ora di cena, sua madre era al ristorante.
"Rosi" Giorgio non riuscì a dire altro.
"Dimmi".
Le sue labbra erano profumate, sapevano di tutte le erbe che maneggiava, vi si era
trovato senza accorgersene.
Emozionato, Giorgio si ritrasse e la guardò meglio: i capelli castani, lisci a caschetto, il
naso a patatina, le labbra leggermente carnose, le guance piene.
"Rosi".
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Giusto in quel momento una voce chiamò alla finestra, distrasse i due ragazzi,
passarono ad altro.
I giorni di luglio trascorsero piacevolmente, il lavoro filava via sereno, qualche volta
perfino Giorgio ci si divertiva: in specie la giovane sposa lo veniva a trovare almeno una volta la
settimana e gli richiedeva vaglia internazionali, telegrammi per l'estero e molte altre formalità
strane di tale genere. Giorgio rileggeva frequentemente gli appunti del suo maestro, ma più
spesso era lei che gli insegnava come si doveva comportare, sapeva dove si custodivano i
blocchetti degli stampati, i tariffari, conosceva perfino le modalità di contabilizzazione degli
importi. Era piuttosto bruttina, però, a suo modo, era simpatica.
I più buffi utenti erano senz'altro i numerosi vecchietti del paese. Ogni fine mese
venivano a riscuotere la pensione, quelli erano gli unici giorni in cui c'era da lavorare: arrivavano
circa duecentoventi aventi diritto, col loro bravo libretto e il documento di riconoscimento.
Facevano la fila tranquillamente (Giorgio era un po' lento), discorrendo degli argomenti di loro
interesse: i polli, il raccolto dell'uva, il ciclismo; le donne parlavano di cucina e di figli. Spesso era
un piacevole momento di incontro, perché confluivano nel borgo gli abitanti del contado e della
montagna.
Un giorno, era già l'inizio di agosto, sopraggiunse un ispettore compartimentale - era
un uomo anzianotto, basso e tarchiato, con un robusto paio di baffoni. Arrivò senza alcun
preavviso: si presentò allo sportello come un utente qualunque e, con la scusa di rimanere
nell'isola un mese intero, pose a Giorgio un fuoco di fila di domande. Il giovane impiegato, che
nulla sospettava, rispose come avrebbe fatto con chiunque, con pazienza all'inizio e alla fine un
po' brusco. Infine lo sconosciuto tirò fuori il cartellino giallo del Servizio Ispettivo, Giorgio
sbiancò e lo fece entrare riverente.
L'Ispettore si accomodò alla scrivania e disse scherzando che il signor Biancicori
aveva risposto correttamente a tutte le sue domande, anche se forse il suo comportamento nei
confronti del pubblico lasciava un po' a desiderare. Allo sportello non c'era nessuno, si mise
quindi a esaminare la contabilità giornaliera, settimanale e mensile, nonché tutti i riepiloghi che
si devono fare, come da regolamento. Scoprì alcune inesattezze che compiva in materia di
pensioni e Giorgio non a caso si ricordò che il suo vecchio capufficio teneva i conti in maniera un
po' diversa, mentre lui aveva creduto di fare meglio a modo suo. L'Ispettore parve comunque
soddisfatto.
"Lei" gli si rivolse congedandosi "mi sembra un giovane preparato e con molta
voglia di lavorare. Osservo con piacere che il Suo predecessore non solo ha tenuto tutto in ordine
-di questo ero certo- ma ha saputo insegnarLe a continuare il suo lavoro. Mi raccomando,
continui così".
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Giorgio lo ringraziò, emozionato, stava arrivando allo sportello il segretario di una di
quelle sezioni di partito.
"Lei" proseguì, incoraggiante "farà bene, tra breve, a trovarsi un po' di tempo per
studiare: è in vista un concorso riservato agli appartenenti alla Sua qualifica. Lo so, Lei è
giovane e l'isola ha le sue attrattive - il mare, la montagna ... può dedicarsi al sub o al trekking,
può divertirsi con la vela o imparare dai carbonai sulla montagna a fare il miele di castagno. Ma
il lavoro, buon giovane, è lavoro, e Lei può, anzi deve, andare avanti".
Giorgio lo ringraziò di nuovo, dopodiché l'ispettore si dipartì.
*****
Trascorrevano intanto, Rosi e Giorgio, giornate serene. Naturalmente nulla dicevano
alla madre di Rosi, più semplicemente aspettavano che in qualche modo prima o poi lo venisse a
sapere da sé: il paese è piccolo e non c'era niente di male. Due volte la settimana andavano
insieme al mare. Lei studiava per un concorso, nell'isola non c'era niente che la interessasse sul
serio. Quest'anno, a differenza dei due passati, non faceva la commessa ad un bar del capoluogo,
aveva preferito starsene in casa a studiare, in realtà si applicava poco. Accudiva alle faccende
provvedendovi per intero, a Giorgio lavava e stirava. Qualche volta cenavano insieme, ma
Giorgio si vergognava un poco.
Un giorno di agosto salirono sulla montagna: Giorgio aveva sentito spesso parlare di
questi carbonai che scendevano di rado in paese e non calavano mai al mare: si narrava che
fossero così neri da vergognarsi davanti agli altri, temevano di essere presi per bantù.
Rosi aveva due biciclette, robustissime e in grado di scalare qualunque montagna.
Rosi si era fatta i polpacci, si arrampicava, su per i pendii sterrati, come una lepre. Giorgio
faticava ad inseguirla, era sempre vissuto in una città di pianura.
"Ma come facciamo a conoscerli?" domandò a Rosi "Mica si può entrare nelle loro
case!"
"Non siamo mica in una metropoli!" rispose Rosi sorridendo "Io ne conosco alcuni -
d'estate, come dovresti sapere, molti di loro si dedicano all'allevamento delle api. E poi - tu sei
un'autorità!"
Il paesaggio, da collinare, diventò montano, in poco tempo alle pinete si sostituirono
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le conifere. In un boschetto videro alcune casine molto diverse le une dalle altre, un
po' scoscese e bizzarre, chiaramente disuguali nella costruzione: finestre spaiate, porte collocate
negli angoli, tetti a punta e così via, sembravano tratte da un libro di fiabe.
Le giornate già scorciavano e nel profondo del bosco faceva quasi fresco.
Appoggiarono a una di queste case le loro biciclette, bussarono alla porta, aprì loro una signora
di una quarantina d'anni, slanciata, capelli nerissimi e occhi azzurri: portava una blusa di
cotone ed un sottanone variopinto. Due bambini di una decina d'anni le stavano appoggiati uno
di qua uno di là.
"Ah, Rosi!" esclamò lietamente "Sei venuta a trovarci! E questo giovane chi è?"
Giorgio si presentò, al che la bella signora andò subito in grande agitazione, corse ai
fornelli e si mise ad armeggiare per offrire all'ospite un infuso. Giorgio si schermì, ma non gli fu
possibile rifiutare, dopo pochi minuti erano tutti e cinque, bambini compresi, seduti a una
rustica panca di pino, apparecchiata con sole stoviglie di legno chiaro. La casetta non era
grande, ma nient'affatto misera e inospitale - pareva costruita interamente con le mani,
pavimenti, mobili, infissi, tutto di legno.
"Dicono di noi che siamo tutti neri" cantilenò allegra la padrona di casa rivolta a
Giorgio "Ma non è così!"
"Ma allora perché non vi si vede mai sulla spiaggia?"
"Ma come sei indiscreto!" esclamò Rosi arrossendo.
"Non c'è niente da vergognarsi. Noialtri siamo gente di montagna. Siamo riservati.
Non ci piacciono tutte quelle cose che si vedono sulla spiaggia".
"Capisco" rispose Giorgio un po' vergognoso "Io non vedo niente di male né in voi
né nella spiaggia. Ognuno fa quel che vuole".
"E' vero" assentì convinta la bella signora, ormai non più tanto in imbarazzo "Ma
vede, il mondo della montagna è rispettoso degli altri. Ma non altrettanto! La spiaggia, al
contrario di noi, è tanto invadente. I bagnanti vengono qua e credono di essere al mare a
prendere il sole. E poi hanno l'idea di poter comprare ogni cosa coi soldi: vorrebbero costruire
tutto intorno a noi, centinaia di appartamenti, tutti rustici, tutti finti. Noi non vogliamo".
"Allora" intervenne l'ospite "E' per questo che non amate venire giù".
"Certo! Se non fosse per quel po' di spesa che si deve fare, andiamo solo alla posta, al
municipio e per le elezioni. A queste non manchiamo mai!"
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Rimasero in quella casa fino quasi a buio. I ragazzini furono invitati a giocare da
alcuni coetanei e si dileguarono presto. La donna spiegò il proprio lavoro di apicoltore, che
Giorgio non conosceva affatto e che gli sembrò bellissimo. La padrona confezionava anche
marmellate di frutti di bosco col miele e produceva, in un laboratorio in comproprietà con altre
famiglie, alcuni derivati - propoli, polline, pappa reale ed ogni altra meraviglia. Giorgio ne rimase
entusiasmato, alle Poste Nazionali non esisteva niente di tutto questo.
Fattasi ora di cena, i due giovani si congedarono lietamente, inforcarono le biciclette e
si precipitarono giù per le stradine sterrate. Giorgio aveva svuotato il portafoglio per comprare
ogni sorta di prodotto delle api, come se quella casa fosse pressoché irraggiungibile e non potesse
più tornarci. Rosi conosceva la strada a perfezione, svoltava con sicurezza tra angusti sentierini
di montagna ormai immersi nella penombra. Arrivarono in paese, invece, che ancora non era
buio, sul grande belvedere, davanti al mare, c'era ancora luce. La terrazza dava ad occidente, il
sole era appena sceso sotto l'orizzonte, il cielo era rosso.
"Rosi".
"Capufficio delle Poste Nazionali".
"Non scherzare".
"Dimmi".
A baciarla chiudeva gli occhi! Giorgio piangeva.
Venne settembre ventoso, non si poteva uscire dall'ufficio postale che mulinelli furiosi
ti investivano in pieno. Solo pochi punti appartati, angolini silenziosi, restituivano a Tuz l'aria
che aveva conosciuto Giorgio al momento dell'arrivo. La casetta dove alloggiava era ancor più
preda del vento, posta in un luogo elevato.
L'Ispettore non era più tornato, l'unica preoccupazione di Giorgio per il lavoro erano
i fax che arrivavano ad ogni momento della notte, ed interminabili pagine via modem che
illustravano complicate procedure di nuovi misteriosissimi servizi postali. Sembrava quasi che
l'Amministrazione si fosse messa in testa tutto in un momento di inventare nuove prestazioni ed
inviare spiegazioni: nella cartellina di lettere e circolari -che con grande precisione aveva tenuto il
suo predecessore- la corrispondenza degli ultimi due mesi era superiore a quella degli ultimi due
anni. La cosa più curiosa era che ogni comunicazione esigeva tassativamente che si desse
riscontro della perfetta e rigorosa esecuzione di quanto era stato esposto. Ironie della burocrazia!
Tuttavia, anche a settembre Rosi e Giorgio si recarono al mare, qualche pomeriggio
feriale e sempre la domenica. Giorgio non si divertiva molto, ma lei ne aveva una voglia matta,
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sulla pelle aveva un bel velo brunito e, del resto, gli ripeteva, l'inverno è lungo a Tuz.
Rosi si gettava in mare anche con l'acqua fredda e non le faceva affatto malinconia ritrovarsi
sulle grandi spiagge dell'isola con rari svedesi, danesi o finlandesi. Giorgio la guardava fare il
delfino e gli sembrava sempre grassottella e sempre graziosa. Continuarono a recarsi
regolarmente sulla spiaggia finché tornò l'ora solare. In seguito venne un ottobre smagliante e
mitissimo: sulla spiaggia si stava a meraviglia, pantaloncini corti e maglietta. Risaliti a Tuz, dopo
i tornanti, il vento freddo si infilava nelle ossa, in un baleno si rinchiudevano in casa.
La "signora" seppe dai vicini di corte la relazione fra sua figlia e Giorgio Bianciardi.
Li chiamò e tenne loro un bel discorsetto. In parole povere, andava tutto bene, bastava solo che
non spuntasse fuori una gravidanza. I due ragazzi cercarono di obiettare che non era proprio il
caso di tenere questi ragionamenti, ma lei non si aspettava risposte, le interessava solo quello. I
suoi discorsi non dettero granché piacere agli interessati.
Arrivarono i Morti, i Santi - Tuz, da paesetto ridente, era diventato spettrale:
scomparsi quasi del tutto gli innumerevoli vasi, nascosti e ben protetti in luoghi chiusi, i limoni
addossati ai muri, nei pressi dei tubi del riscaldamento gli arbusti di salvia e rosmarino. Piovve
sempre. I vecchi venivano dalla campagna a fine mese per riscuotere la pensione, ma le strade
erano fangose, e così arrivarono fino alla prima settimana di novembre. I negozietti di
artigianato chiusero, aprivano solo la domenica per i rari turisti. In paese tutti si rintanavano
nelle case quando annottava, i bambini giocavano nella saletta parrocchiale, i grandi si
riunivano nelle case o al bar. I partiti si aprivano il sabato sera o la domenica mattina.
Rosi e Giorgio passarono molti pomeriggi a cercare corbezzole, tantissime in quei
boschi, e castagne. Rosi era un cerbiatto che non aveva paura di nulla. Fecero così tante bruciate
e ballotte da invitare ogni sera amici per allegre scorpacciate. Alcuni parenti di Rosi avevano
vendemmiato e rifornito la famiglia di Rosi di quel mosto, o vinello frizzante, che talora si usa
appena svinato. Rosi e Giorgio di solito si addormentavano mezzo ubriachi, ognuno nel suo
letto, non senza però essersi baciati a lungo.
Le giornate naturalmente si accorciavano, erano fredde. Il postino compariva
quando sì e quando no, Giorgio si premurava di fare qualche telefonata o passare la voce
quando arrivava posta per chi abitava lontano. Entrò in confidenza con alcune famiglie, gli
telefonavano ogni due o tre giorni per sapere se ci fosse niente. Qualche volta, perfino, gli
chiedevano di aprire la corrispondenza e leggerla ad alta voce. Dalla giovane signora dei vaglia
internazionali fu invitato a casa per tradurle tre lettere dal francese che non riusciva ad
interpretare: aveva un marito simpatico e due bei bambini. Giorgio prendeva sempre il suo orzo
da Rosi, lo addolciva col miele comprato dai carbonai, si faceva cucinare da lei anche pranzo e
cena. Il giorno di riposo del ristorante, la mamma di Rosi mangiava con loro. Nonostante le
apparenze, era donna di una certa umanità, sinceramente dispiaciuta che suo marito lavorasse
nel continente, desiderosa di condurre una vita più serena e di famiglia. Quando, a metà
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novembre, il ristorante ebbe un mese, come ogni anno, di chiusura, Giorgio si accorse
che era perfino piacevole: consumati i primi giorni di riposo, cominciò ad intraprendere una
gran quantità di piccole cose addirittura divertenti. Organizzò un teatrino ed una recita per
Natale. Aveva molte idee.
Verso Natale, Giorgio, che stava macinando molti libri del suo buon precettore,
insisté per compiere il giro dell'isola. Rosi ne era felice. Si organizzarono, coraggiosamente, con la
bicicletta e un minibus che transitava la mattina presto per Tuz. Una domenica partirono alle
sette, davanti la porta del paese, faceva ancora buio: era freddissimo. Nel minibus c'erano solo
due donnette che andavano al Mercato di Natale in una località costiera. Dopo tre quarti d'ora
di tornanti, scesero e montarono sulle bici lasciate giù. Viaggiarono senza sosta fino alle dieci e
mezzo. A una frazioncina di poche case trovarono un camion che vendeva frittelle dolci e salate.
Era comparso un bellissimo sole, sembrava marzo. Giusto davanti al camion c'era una
panchina, si sedettero.
"Rosi. Cosa intendi fare nella vita?"
Nonostante il carattere estroverso, tipico di chi vive in un paese e conosce tutti, di
solito non amava parlare di sé.
"Che domande mi fai?"
"Come sarebbe? Io penso che un giorno avrò capito tante cose, sarò magari ancora
più felice di adesso".
"Perché?" chiese improvvisamente adombratasi "Ora non sei felice? ti manca
qualcosa?"
"No. Non ti volevo offendere".
Continuarono a rimpinzarsi di frittelle.
"Ma allora cosa vuoi sapere?"
"Niente..."
La mattina diventò triste, non sapevano cosa dirsi. Percorsero con la bicicletta dieci
chilometri di costa, ai bar vedevano gli isolani seduti ai tavoli a leggere al sole giornali sportivi.
Ebbero di nuovo fame verso mezzogiorno e mezzo, incatenarono le biciclette a un cartello
stradale, là la spiaggia era vastissima. C'era un gazebo, un giovane stava seduto al banco, in una
vetrina riquadri di schiacciata, boccette di salse colorate, un vassoio con tocchetti di formaggio.
Giorgio e Rosi si rilassarono, presero focacce farcite e si recarono in riva al mare. Qua e là,
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sperduti nell'immensa spiaggia, altri innamorati stavano pranzando come loro.
"Sei stato maleducato, prima" mugugnò Rosi "Pretendi da me cose che neanch'io
conosco. A diciott'anni non si può sapere tutto".
"Scusa. Ma sai, io, venendo qua, ho cambiato completamente vita. Forse mi
succederà altre volte così. Io non sto più in famiglia. Sono un'altra persona da prima. E' bello
questo".
"Capisco. Ma tu vuoi andare via di qua?"
Aveva paura, Giorgio la baciò.
"Vedi" riprese "Tu sei nata a Tuz e vivi a Tuz. Sei legata a Tuz. Io vengo dal
continente. A Tuz posso stare quarant'anni, o quattro. Non lo so. Comunque" concluse per
rassicurarla "Io non mi lego ai posti, ma alle persone".
Rosi si strinse a Giorgio.
"Io sono una ragazza ... di campagna ... di un'isola ... non sono di una città del
continente, di quelle ... che conosci tu..."
Singhiozzava, mangiarono addossati l'uno all'altra.
Il pomeriggio fu sereno. Giunsero al capoluogo e passeggiarono fino alle quattro.
Entrarono in tutte le chiese, guardarono le vetrine del Corso Grande, osservarono i giovani sulle
moto che sorbivano lattine di Coca-Cola.
Fecero una corsa per riprendere la corriera: erano stanchi morti.
* * * * *
Trascorsero il Natale in grande semplicità: all'ufficio, Giorgio vide moltissima gente,
biglietti di auguri, telegrammi, rimesse degli emigranti - a Tuz arrivarono facce nuove. Fino al
trentuno Giorgio ebbe molto da lavorare, si aggiunsero anche le consuete pensioni di fine mese.
Non aveva mai faticato tanto in vita sua. Era contento, però un po' si struggeva di non rivedere i
suoi nella terraferma. Del resto, non gli era permesso assentarsi per ferie prima di sei mesi
dall'assunzione, ed a dicembre -gli aveva comunicato la Direzione Compartimentale- non era
possibile, andavano in licenza i dipendenti con maggiore anzianità.
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Passò quindi la festa in casa di Rosi, ed ebbe modo di conoscere suo padre; era un
uomo grasso e cordiale, che rideva sempre e beveva molto vino rosso. Con sua moglie era tutto
un abbracciarsi e schioccarsi sonori bacioni, si capiva che erano contenti di rivedersi. Giorgio era
assai imbarazzato di trascorrere la ricorrenza con due coniugi che si incontravano tanto di rado:
ma fu la stessa signora a chiedergli di pranzare con loro il giorno di Natale.
Dovette fare molti straordinari e l'ultimo dell'anno le chiusure di fine settimana, fine
mese e fine anno: terminò le verifiche contabili e meccanografiche alle sei e mezzo del pomeriggio,
e poi inviò tutte le risultanze al Compartimento. Gli risposero solamente alle otto.
Ma quella sera Giorgio la trascorse con Rosi. Era così freddo che non potevano
muoversi da Tuz: senza macchina, l'ultimo autobus era partito alle cinque del pomeriggio. Rosi
aveva parecchi amici, molti passavano però l'ultimo dell'anno nelle discoteche o nei locali della
costa. Con i rimasti in paese si ritrovarono nel salone della cantina sociale. Gli amici di Rosi si
dimostrarono simpatici, le volevano bene. Rosi e Giorgio si baciarono ed abbracciarono, ma
pochissimo in pubblico. Ritornarono a casa mezzo ubriachi, con le castagne avevano bevuto vin
brulé.
Il 2 gennaio arrivò in ufficio un fax che preannunciava un concorso riservato agli
appartenenti della sua qualifica entrati antecedentemente al primo luglio: erano anche richiesti
alcuni titoli specifici che Giorgio possedeva. Pensò subito che aveva ragione l'Ispettore. I
concorrenti erano solo il doppio dei posti messi a concorso. Se avesse vinto, avrebbe avuto il
trasferimento a una sede di primario livello nel continente, un buono stipendio e una certa
responsabilità dell'Ispettorato.
Non senza un certo disappunto, Giorgio comunicò la notizia a Rosi: tuttavia era
un'occasione piuttosto rara, così gli sembrava, e altrettanto ghiotta. Non credeva di vincere,
perché la prima prova era dopo soli quaranta giorni, non possedeva neanche i testi per studiare.
Rosi naturalmente non fu molto contenta: era ancora con la testa all'ultimo
dell'anno, fu una doccia fredda, gli teneva il broncio. Giorgio si dispiacque, ma chissà se poi
avrebbe vinto. Del resto - la terraferma è tanto grande! Rosi poteva seguirlo.
Si dette da fare con tutte le forze per reperire i testi che gli occorrevano.
L'Amministrazione Centrale gliene inviò alcuni, assai costosi ed a sue spese, ma in un tempo
brevissimo. Gli fornì, cosa ancora più importante, tutta la necessaria bibliografia. Contattò le
case editrici che gli interessavano e non dette loro tregua fino a che non gli ebbero mandato
esattamente tutto quel che voleva: in capo a dieci giorni possedeva tutti i libri e le dispense, erano
oltre seicento pagine, senza esitazioni si mise a studiare.
L'ufficio postale andava avanti per conto suo. Ogni momento libero, Giorgio lo
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dedicava allo studio, non appena andato via un cliente riprendeva subito in mano un
manuale. Il pomeriggio stava sui libri quattro ore. Cenava sempre con Rosi. Lei raccontava
incredibili storie dell'isola - i carbonai asserragliati nei forni ai tempi dei grandi scioperi, i
minatori che minacciavano di far saltare l'isola, i folletti che, la notte di San Giovanni, si
sbizzarriscono ad intorbidare il latte appena munto, a rompere i pettini, ad incrinare i vetri.
Giorgio ascoltava queste favole a bocca aperta, alternando però i lunghi periodi di stupefazione a
pause di allegria se non addirittura di ironia.
"Avete tante cose strane, a Tuz" osservava regolarmente.
"Noi siamo dell'isola, non del continente! E poi non siamo mica una vostra colonia!"
Queste sue rivendicazioni un po' ideologiche dapprincipio sorprendevano in una
ragazza di paese come Rosi, che in fondo trascorreva buona parte del suo tempo in casa: del
resto, accanto al telefono, stava spesso il principale quotidiano di opposizione. Però Rosi, se
discuteva di politica, non parlava mai dei suoi progetti.
Giorgio passò tutto gennaio e febbraio a studiare; più tempo trascorreva, più si
convinceva che non sarebbe mai riuscito: era richiesta una conoscenza molto approfondita della
geografia nazionale, l'assoluta padronanza del diritto postale interno ed una buona infarinatura
di quello internazionale. Parte dell'esame consisteva in una prova pratica su computer, con un
programma che, purtroppo, non era installato a Tuz, in quanto sede, ovviamente, di ultimo
livello. Si informò come sostenere la prova per il fatto che il suo ufficio non ne era dotato. Gli
risposero che gli era concesso un congedo straordinario di sei giorni per addestramento presso il
capoluogo: avrebbe ricevuto addirittura l'indennità di missione. Lo comunicò a Rosi.
"E allora chi prenderà il tuo posto in ufficio, questa settimana?"
"Che ne so! non sono mica l'Amministrazione! Qualcuno manderanno. Gli spiegherò
dove tengo le scartoffie, in quali cassetti - poi si arrangeranno loro!"
Il pensiero di questa settimana rese ancora più malinconica Rosi, entrava sovente in
camera sua, lo chiamava due volte per l'orzo la mattina - quando studiava, forse, tentava di
distrarlo. In qualche modo passò un mese e giunse il momento di recarsi al capoluogo. La filiale
era nella piazza del paese, davanti alla Posta era l'albergo.
Prese subito contatto con il Direttore, un uomo palesemente seccato di dover perdere
un suo impiegato per l'addestramento di uno sconosciuto. Giorgio se ne infischiò bellamente e
spremette l'istruttore, un omino piccolo e magro, finché poté; accortosi che costui faceva
straordinario, in qualche modo lo costrinse ad insegnargli anche il pomeriggio. Giorgio rimaneva
in ufficio finché non andava via anche il Direttore e, gli ultimi giorni, la donna della pulizie.
Imparò il programma in modo esauriente. In albergo tornava solo per mangiare e dormire.
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Dopocena si sgranchiva un po' le gambe. Due giorni piovve a dirotto, così riuscì solo
a passare da un bar all'altro e a girare in su e in giù per un porticato dove erano alcune vetrine.
Gli altri giorni, invece, era tempo bello, molto più mite che a Tuz: poteva passeggiare per le
viuzze del porto, salire sui bastioni illuminati della vecchia fortezza, dove gli innamorati si
baciavano appassionatamente, adocchiare vetrine di libri e dischi, le autoradio cantavano nelle
automobili lasciate aperte davanti alle pizzerie.
Giorgio si perdeva nei vicoli dell'antico quartiere arabo, le case bianche, il tetto piatto,
la chiesina con le cupolette dorate, si attardava sul grande Corso, illuminato a festa, gli alti
palazzi a fiancheggiare la via, i porticati a ogiva e la facciata che terminava a merli. Non si era
mai accorto quanto fosse bello il capoluogo. Quella sera, però, tornò in albergo triste. Telefonò a
Rosi, era appena andata a letto, quasi piangeva. Si addormentò subito, si rigirò nel letto tutta la
notte.
Sabato alle due finì il corso, riprese la corriera ed alla cinque fu a Tuz. Veniva una
pioggia fredda, giù sul mare aveva lasciato il sole. Rosi era alla fermata ad aspettarlo, teneva in
mano un ombrello nuovo per lui, era commossa, eccitatissima.
"Allora? Raccontami! Raccontami tutto!"
Anche Giorgio era emozionato, era molto contento di rivedere Rosi: si era fatta più
alta - nella memoria non era così carina, aveva una diversa pettinatura, un paio nuovo di
scarponcelli, si era data un leggero ombretto.
"Rosi" esclamò ridendo "Cosa ti è successo? sei diventata un'attrice?"
Rise anche lei, stretti stretti, sotto l'ombrello, arrivarono alla corte. Giorgio rivide, non
senza emozione, il suo ufficio postale. Entrarono in casa. C'era la madre di Rosi ad aspettarli,
quel giorno il ristorante era chiuso per la disinfezione. Il pomeriggio volò via in un attimo.
Già l'indomani, domenica, Giorgio trascorse molte ore a studiare. Mano a mano che il
giorno atteso si avvicinava, cresceva l'ansia. Si accorse di diventare brusco, scostante, non tanto
con il pubblico (solo la giovane signora scherzosamente lo rimbeccò), quanto con Rosi e i suoi
amici. Giorgio non si muoveva di camera.
Il quindici marzo scese al capoluogo per sostenere la prova pratica a computer: il
sedici fece uno scritto e il diciassette un altro scritto ancora. Tornò a casa disfatto,
scoraggiatissimo. Non appena rivide Rosi, le buttò le braccia al collo.
Tornò a lavoro. La vita riprese come quando non studiava, però era triste, si
dispiaceva di aver fallito un concorso dopo tutto l'impegno profuso. Rosi s'ingegnava di
consolarlo, lo invitava a svagarsi un po', le giornate erano più lunghe e adesso sarebbe tornata
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l'ora legale. Alla fine Giorgio cominciò a darle retta ed a consolarsi.
Fu perciò con grandissima sorpresa che, all'inizio di aprile, gli arrivò un fax, gli
annunciava che aveva superato la prova pratica e gli scritti, ed era atteso, di lì ad un mese esatto,
per gli orali. Giorgio Bianciardi era felice e stupefatto insieme. A sera fu preso dallo sgomento:
nella convinzione di non essere passato all'orale aveva buttato via ben quindici giorni di studio.
Rosi cercò a malincuore di far festa per il passaggio all'orale e tentava in ogni modo di consolarlo
del tempo perduto: però Giorgio si accorgeva che era dispiaciuta, le ripeté che, se avesse vinto il
concorso, avrebbero preso ogni decisione insieme. Lei avallava, abbassava gli occhi.
Studiò a più non posso, tutti i sacrifici precedenti sembravano nulla, non si accorse di
niente ad aprile. Vide solo, un giorno di mal di testa, che sui balconi, agli angoli, ai davanzali, sui
muretti, erano spuntati vasi, molti fioriti, alcuni protendevano bocci, era primavera.
*****
La prima settimana di maggio, Giorgio affrontò l'ultima prova, conseguì un buon
voto, qualcuno ottenne più di lui. Fece le somme dei risultati con i candidati presenti e venne
fuori che era, per un soffio, fra i vincitori, non credeva ai suoi occhi.
Non telefonò subito a Rosi, qualcosa gli suggeriva che non avrebbe fatto bene, era
meglio parlarle personalmente. Tornò a Tuz col cuore in gola. Rosi era ad aspettare Giorgio alla
fermata. Quando Giorgio le confidò di avere vinto il concorso, si mise a piangere, non riuscì a
dirgli una parola, lo accompagnò a casa tenendosi un fazzoletto sugli occhi. Giunti alla corte,
ebbe forza di rivolgergli la parola.
"Scusami, sono cattiva" pronunciò, solamente.
Stupefatto, si rinchiuse in camera, era stanchissimo.
I giorni seguenti, il pomeriggio, Giorgio Bianciardi si recava al mare: le giornate già
lunghe, il clima mitissimo, aveva bisogno di riposo, non pensava a niente. Rosi non si sentì di
accompagnarlo. Si portava dietro la radiolina. Scoprì che, a seconda del punto della costa, si
sentivano musiche tutte diverse. Si trastullava, seduto sulla spiaggia, ad ascoltare nenie orientali
o ritmi rock, masticava lentamente un panino, beveva tè. I giorni feriali, le spiagge erano ancora
vuote, lontano dai paesi addirittura disabitate. Col nuovo orario, la corriera per Tuz ripartiva
addirittura due ore dopo, ritornava a casa per cena.
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Fece così parecchi giorni, infine, stanco dell'autobus, inforcò la bicicletta e
liberamente scarrozzò per l'isola: si fermava davanti alle vecchie chiesette diroccate, penetrava
nei torrioni costruiti contro i Turchi, si raccomandava ai custodi dei piccoli musei di aprire le sale
per lui.
Trascorse in questo modo due settimane ancora. Un giorno distrattamente chiese a
Rosi se volesse uscire con lui. Lei rispose di sì.
In bicicletta imboccarono una stradina che si inerpicava sulla Montagna: là, ricordò
Giorgio, si abbarbicavano le case dei montanari. Ritrovarono la casetta dove furono ospitati
mesi prima. In uno slargo, una squadretta di bambini giocava con una palla, maschi e femmine
insieme. Due bambini riconobbero Giorgio e Rosi e corsero loro incontro, li abbracciarono,
saltarono loro al collo. Da una siepe uscirono la loro mamma -la signora già conosciuta- e un
gigante barbuto nero nero, occhi spiritati: con ogni evidenza, il carbonaio babbo dei due
bambini.
"Venite a casa nostra. Entrate!" li invitò la donna dagli occhi azzurri.
Lietamente fece strada per casa sua: era un grandissimo rigoglio di piante, fiori, un
profumo inebriante. Il gigante sorrideva buono, li fece accomodare in cucina, sulle note rustiche
panche di legno. Offrì, lentamente, uno sciroppo rosso, squisito. Tutto, in quella casa, aveva
un'aria buona.
Parlarono pochissimo. Il gigante, accompagnato dai suoi bambini, li portò a fare il
giro degli amici carbonai. Avevano veramente, tutti, case apparentemente sconnesse, le finestre
ad altezze diverse, rigorosamente asimmetriche. E, cosa ancor più curiosa, i carbonai mielicultori
erano tutti giganti come lui, dovevano piegare la testa per entrare nelle case, la porta di ingresso
era sorprendentemente bassa.
Entrarono in alcune di queste abitazioni, dentro stavano degnissimi vecchi con barbe
lunghissime e bianchissime, bambini con vestiti colorati, intenti ad ascoltare le storie dei nonni.
In un angolino stava un televisore, pressoché sommerso da giocattoli di legno e di cera.
Passeggiarono per queste liete dimore, mano nella mano, Giorgio si domandava se fossero nel
mondo delle fate e degli gnomi, le mogli dei carbonai erano tutte giovani spose, spesso assai belle.
Giorgio ebbe la sensazione che si trattasse di una comunità: avevano telai collettivi, mucche,
pecore ed animali da cortile in stalle sociali, e varie altre cose del genere. Osservò anche, nelle
case, nei magazzini, nei locali comuni come in quelli privati, che non c'era carne, i carbonai
mielicultori erano vegetariani.
In un attimo arrivò ora di cena. Una allegra famiglia di contadini li invitò a casa sua,
Giorgio era ancora un po' imbarazzato, Rosi invece non se lo fece ripetere due volte, conosceva
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con ogni evidenza quella famiglia. Mangiarono formaggi e verdure in gran varietà,
bevvero vino bianco freddo, finirono con nespole e crostata di frutta.
Lentamente si accomiatarono, Rosi li invitò a casa sua, il padrone di casa -un gigante
barbuto, naturalmente- ringraziò di cuore, ma si schermiva, promise però che, alla prima venuta
alla Posta, sarebbe salito in casa. Contava di completare un'altra smielatura tra un mese e
mezzo: aveva promesso, a un cliente suo amico nel continente, un invio di cinque chili. Giorgio si
prestò di aiutare l'apicoltore nel confezionare nella migliore maniera il plico: del resto, accanto
all'ufficio era un ottimo negozio di carta artistica. Il gigante lo ringraziò sinceramente.
Infine si congedarono, erano le nove e mezzo, nel folto della foresta era buio pesto. In
bicicletta, silenziosamente, i due ragazzi percorsero le stradette sterrate per Tuz. Alle dieci
giunsero in paese. Si fermarono al Belvedere - il cielo era ancora illuminato, il mare chiaro, il sole
era da poco scomparso sotto la linea dell'orizzonte. In tutto il pomeriggio non avevano pensato
un solo istante alla prossima partenza. Il pomeriggio Giorgio era sempre stato accanto a Rosi,
eppure, assorbito da quel mondo meraviglioso, non l'aveva mai guardata negli occhi.
Rosi piangeva in silenzio, chissà da quanto, Giorgio si vergognò della propria
negligenza.
"Cos'hai?" le domandò, certo era la domanda più banale che poteva farle.
"E me lo chiedi anche ?" gli replicò stizzita.
Tornarono a casa ciascuno per conto suo.
Dopo una settimana, a Giorgio Bianciardi arrivò un fax; gli annunciava che aveva
vinto il concorso; sarebbe seguita altra comunicazione per indicargli la sede di destinazione. Solo
tre giorni dopo giunse un altro fax: visto il suo punteggio (cioè il suo basso punteggio, pensò) era
assegnato all'Ufficio Compartimentale della più grossa città di frontiera, a oltre duemila
chilometri da Tuz. Lo comunicò a Rosi. Non rispose nulla.
Aveva soltanto una settimana per prendere possesso del suo nuovo posto. Dopo solo
un giorno si presentò in ufficio un brizzolato impiegatino modesto modesto, dall'aria triste,
accompagnato da una donnina della stessa incerta età e da due ragazzetti poco meno che
adolescenti.
"Sono il nuovo impiegato dell'Ufficio Postale di Tuz" esordì timidamente "Le
presento la mia famiglia".
Il giorno in cui Giorgio Bianciardi partì, Rosi andò ad accompagnarlo alla fermata
dell'autobus: erano le sei di una limpidissima mattina di luglio. Mentre aspettavano la corriera,
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Giorgio ripeteva a Rosi che le avrebbe telefonato appena arrivato a destinazione. Lei
rimaneva come assente.
"Non ci credo" dichiarò infine "Non ti rivedrò più".
"Ma come?" Giorgio si accalorò "Pensi che io non torni mai a Tuz? E tu non mi
verrai a trovare?"
Non rispose.
"Perché non provi a stare un po' lassù, con me? si può cercare una pensioncina..."
"No ... no".
Sopraggiunse la corriera. Giorgio abbracciò Rosi, era rigida, aveva ancora lo sguardo
assorto. Giorgio montò su. L'autobus partì immediatamente.
La mattina era luminosissima, dappertutto si udiva il canto degli uccelli, per la
discesa era pullulare di ginestre.
Arrivò al capoluogo. A piedi, col suo borsone, percorse i trecento metri che lo
conducevano al porto. Passò davanti alla grande piazza della Posta e rivide, non senza
soddisfazione, l'albergo dove era alloggiato durante il corso. Il paesone era vivacemente animato,
bagnanti, portuali, bottegai brulicavano nell'allegra cittadina, dappertutto respirava aria di
festa. Donne giovani tenevano per mano bambini pronti a scorrazzare per la spiaggia,
camioncini pieni di pane, ortaggi, bombole di gas, mattoni, lampade transitavano briosamente.
Svelte squadre di portuali caricavano e scaricavano. Senza accorgersi era già arrivato dentro il
porto: all'aria salmastra s'era mischiato un sapore unto e dolciastro, quello che si sente
passando tra le navi - era una meravigliosa fantasmagoria di colori.
Giunse alla biglietteria, montò sul traghetto. Scelse un posto sul ponte, guardò verso
Tuz: si scorgeva benissimo, a metà della collina, dietro si innalzava la montagna dei carbonai.
Accanto a Giorgio era una giovane coppia e, appena più in là, due famiglie con i bambini. Sui
visi di tutti era stampata un'allegria un po' stereotipata, ma comunque sincera. Non appena la
nave partì, sentì la gola secca. Il vento si alzava poderoso, spruzzi pungenti gli schizzavano il
viso. Era un po' stanco e guardò l'orologio: in fondo erano soltanto le nove. Andò al bar e chiese
un orzo. Non ne avevano, le macchinette erano predisposte per il caffè. Riuscì all'aperto: c'era un
sole splendente, un cielo tersissimo ed un mare scintillante, azzurro e spumoso. Giorgio respirò a
pieni polmoni, era davvero una giornata meravigliosa.


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25 of 25 28-12-2002 18:27
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